Albrecht Dürer, Navis Stultorum (in S. Brant, Narrenschiff - 1497)
giovedì 28 agosto 2008
Alitalia: l'ennesimo miracolo italiano
Quale imprenditore, trovandosi alle soglie del fallimento, non sognerebbe un colpo di bacchetta magica che facesse pagare ad altri i debiti da lui accumulati, eliminasse il personale in esubero e gli riconsegnasse un'azienda resa più snella e competitiva da alleanze con colossi internazionali?
Per qualcuno, evidentemente, il mondo dei sogni esiste. È il nostro paese, e l'azienda-bidone che verrebbe trasformata in un'avvenente leader del mercato nazionale è Alitalia. Leggendo sui giornali i primi dettagli del piano industriale, ci troviamo di fronte ad un incanto fatato, che segue le promesse elettorali dell'attuale governo. Ma si comincia a capire anche a chi toccherà pagarne i costi.
La parte “cattiva” dell'azienda (coi debiti) viene separata da quella buona, che sarà assegnata ad imprenditori coraggiosi. Grande coraggio, il loro, visto che non pagheranno le azioni allo Stato neppure un centesimo, a differenza dell'offerta di Air France, e che tra qualche tempo saranno liberi di cedere le loro quote al partner straniero, senza l'intervento del quale non si può oggi concludere l'operazione. Tra un po' potremo sapere di chi si tratta. Ma non ci avevano raccontato che bisognava salvare ad ogni costo l'”italianità” della compagnia di bandiera contro le conquiste straniere?
Si salveranno almeno i posti di lavoro, che avevano tanto inquietato i sindacati nelle precedenti ipotesi? Ovviamente no, non si può: i licenziamenti inevitabili sono da due a tre volte più di quelli precedenti, ma ci dicono che occorre rassegnarsi, e che magari il governo potrà riassumere i malcapitati nella pubblica amministrazione, notoriamente a corto di organico.
E come verranno eliminati i debiti? Una volta che azioni e obbligazioni siano divenute carta straccia, spetterà al Tesoro, cioè allo stato, ripianare oltre un miliardo di euro. Oltre ai trecento milioni già erogati come “prestito” ma che a questo punto non rientreranno mai, in barba alle norme europee sugli aiuti di stato.
Questi però sono tutti soldi dei contribuenti. Soldi nostri, gettati al vento senza ottenere in cambio alcun servizio. È vero che in passato ho volato un paio di volte con Alitalia, e forse è una colpa, ma mi sembra eccessivo farmela scontare col costringermi a pagare questo ulteriore balzello.
Magari sarebbe da accogliere il suggerimento di ordine generale che, dalle pagine di “Libero”, lancia il ministro Brunetta: “Se lo stato spreca, fategli causa”. Temo proprio che con Alitalia si stia preparando l'occasione più clamorosa di sperpero che la storia italiana di questi anni potrà ricordare. Non vedo chi potrebbe esserne felice.
Per qualcuno, evidentemente, il mondo dei sogni esiste. È il nostro paese, e l'azienda-bidone che verrebbe trasformata in un'avvenente leader del mercato nazionale è Alitalia. Leggendo sui giornali i primi dettagli del piano industriale, ci troviamo di fronte ad un incanto fatato, che segue le promesse elettorali dell'attuale governo. Ma si comincia a capire anche a chi toccherà pagarne i costi.
La parte “cattiva” dell'azienda (coi debiti) viene separata da quella buona, che sarà assegnata ad imprenditori coraggiosi. Grande coraggio, il loro, visto che non pagheranno le azioni allo Stato neppure un centesimo, a differenza dell'offerta di Air France, e che tra qualche tempo saranno liberi di cedere le loro quote al partner straniero, senza l'intervento del quale non si può oggi concludere l'operazione. Tra un po' potremo sapere di chi si tratta. Ma non ci avevano raccontato che bisognava salvare ad ogni costo l'”italianità” della compagnia di bandiera contro le conquiste straniere?
Si salveranno almeno i posti di lavoro, che avevano tanto inquietato i sindacati nelle precedenti ipotesi? Ovviamente no, non si può: i licenziamenti inevitabili sono da due a tre volte più di quelli precedenti, ma ci dicono che occorre rassegnarsi, e che magari il governo potrà riassumere i malcapitati nella pubblica amministrazione, notoriamente a corto di organico.
E come verranno eliminati i debiti? Una volta che azioni e obbligazioni siano divenute carta straccia, spetterà al Tesoro, cioè allo stato, ripianare oltre un miliardo di euro. Oltre ai trecento milioni già erogati come “prestito” ma che a questo punto non rientreranno mai, in barba alle norme europee sugli aiuti di stato.
Questi però sono tutti soldi dei contribuenti. Soldi nostri, gettati al vento senza ottenere in cambio alcun servizio. È vero che in passato ho volato un paio di volte con Alitalia, e forse è una colpa, ma mi sembra eccessivo farmela scontare col costringermi a pagare questo ulteriore balzello.
Magari sarebbe da accogliere il suggerimento di ordine generale che, dalle pagine di “Libero”, lancia il ministro Brunetta: “Se lo stato spreca, fategli causa”. Temo proprio che con Alitalia si stia preparando l'occasione più clamorosa di sperpero che la storia italiana di questi anni potrà ricordare. Non vedo chi potrebbe esserne felice.
giovedì 14 agosto 2008
Patenti di cristianità
Chi certifica l'ortodossia in ambito cristiano? Alcuni risponderebbero che, almeno per il mondo cattolico, tale funzione la esercita il magistero ecclesiastico. Ingenui e sprovveduti: non sanno infatti che i titolari di questo delicato compito sono alcuni qualificati esponenti del centrodestra, quali Gasparri, Giovanardi, Bondi e qualche altro fine teologo del loro livello.
Lo apprende a sue spese la rivista “Famiglia Cristiana”, colpevole di aver espresso posizioni critiche nei confronti dell'operato del governo e perciò, automaticamente, “cattocomunista”. In pratica, una pubblicazione eretica, che si vorrebbe veder bandita dalla “buona stampa” parrocchiale. Criticare in parte il “miracolo” dei primi cento giorni berlusconiani, pur rimarcando il successo del presidente autodefinitosi “spazzino” a Napoli, e però sottolineare la più che probabile impronta propagandistica dei provvedimenti sulla sicurezza, è colpa imperdonabile. I nuovi sanfedisti del PdL si sono trattenuti, nella loro infinita saggezza, dal definirlo peccato mortale, ma hanno inflitto una scomunica de facto al giornalismo non asservito dei sacerdoti di FC (non devono forse praticare le sacrosante virtù dell'obbedienza e del silenzio?) e, trasversalmente, a tutti quegli uomini di chiesa che scelgono di stare dalla parte degli ultimi anziché blandire il potere politico, aspettandosene chissà quali vantaggi.
Bondi li ammonisce: sono intellettuali, lontani dal popolo delle parrocchie che invece brama durezza contro i Rom e soldati nelle strade. Sondaggi alla mano, magari ha pure ragione. Però è strano sentir attribuire alla Chiesa il compito di assecondare le tendenze egoistiche del suo gregge, e non di proporre un'apertura e una solidarietà pur fuori moda, ma forse un poco più vicina allo spirito e alla lettera del Vangelo.
Il direttore di una rivista cattolica non rappresenta certamente la gerarchia né il Vaticano. Ma se egli chiede al governo per cui ha votato di mantenere le promesse sui temi della solidarietà sociale e soprattutto del sostegno alla famiglia (non quella astratta dei proclami, ma quella in carne ed ossa della vita quotidiana) viola forse qualche dogma? Se si permette di criticare una filosofia politica neppur troppo nascosta che erige l'individualismo a valore, che alimenta paure irrazionali e strizza l'occhio alla xenofobia, per non dire delle misure legislative ad personam, dell'ostentazione cafona della ricchezza e del successo, dello svilimento della figura femminile, diviene automaticamente “criptomarxista”? O non tiene piuttosto ad esercitare, secondo la sua vocazione, la libertà del credente che spera in un'umanità rinnovata secondo un ideale di amore universale, e che non si accontenta delle contrapposizioni sterili, dei rifiuti, e chiede alla politica autentici segnali di promozione umana?
I modi e i toni delle critiche, certo, possono sempre essere discussi, e a loro volta criticati. Ma è consentito auspicare che, almeno ogni tanto, chi ha responsabilità di governo replichi con la concretezza dei fatti anziché con patetiche accuse di comunismo, anatemi stizziti e la pretesa di essere giudice della fede altrui?
Lo apprende a sue spese la rivista “Famiglia Cristiana”, colpevole di aver espresso posizioni critiche nei confronti dell'operato del governo e perciò, automaticamente, “cattocomunista”. In pratica, una pubblicazione eretica, che si vorrebbe veder bandita dalla “buona stampa” parrocchiale. Criticare in parte il “miracolo” dei primi cento giorni berlusconiani, pur rimarcando il successo del presidente autodefinitosi “spazzino” a Napoli, e però sottolineare la più che probabile impronta propagandistica dei provvedimenti sulla sicurezza, è colpa imperdonabile. I nuovi sanfedisti del PdL si sono trattenuti, nella loro infinita saggezza, dal definirlo peccato mortale, ma hanno inflitto una scomunica de facto al giornalismo non asservito dei sacerdoti di FC (non devono forse praticare le sacrosante virtù dell'obbedienza e del silenzio?) e, trasversalmente, a tutti quegli uomini di chiesa che scelgono di stare dalla parte degli ultimi anziché blandire il potere politico, aspettandosene chissà quali vantaggi.
Bondi li ammonisce: sono intellettuali, lontani dal popolo delle parrocchie che invece brama durezza contro i Rom e soldati nelle strade. Sondaggi alla mano, magari ha pure ragione. Però è strano sentir attribuire alla Chiesa il compito di assecondare le tendenze egoistiche del suo gregge, e non di proporre un'apertura e una solidarietà pur fuori moda, ma forse un poco più vicina allo spirito e alla lettera del Vangelo.
Il direttore di una rivista cattolica non rappresenta certamente la gerarchia né il Vaticano. Ma se egli chiede al governo per cui ha votato di mantenere le promesse sui temi della solidarietà sociale e soprattutto del sostegno alla famiglia (non quella astratta dei proclami, ma quella in carne ed ossa della vita quotidiana) viola forse qualche dogma? Se si permette di criticare una filosofia politica neppur troppo nascosta che erige l'individualismo a valore, che alimenta paure irrazionali e strizza l'occhio alla xenofobia, per non dire delle misure legislative ad personam, dell'ostentazione cafona della ricchezza e del successo, dello svilimento della figura femminile, diviene automaticamente “criptomarxista”? O non tiene piuttosto ad esercitare, secondo la sua vocazione, la libertà del credente che spera in un'umanità rinnovata secondo un ideale di amore universale, e che non si accontenta delle contrapposizioni sterili, dei rifiuti, e chiede alla politica autentici segnali di promozione umana?
I modi e i toni delle critiche, certo, possono sempre essere discussi, e a loro volta criticati. Ma è consentito auspicare che, almeno ogni tanto, chi ha responsabilità di governo replichi con la concretezza dei fatti anziché con patetiche accuse di comunismo, anatemi stizziti e la pretesa di essere giudice della fede altrui?
venerdì 8 agosto 2008
Micioni castrati: citazioni tra passato e presente
“Se la Repubblica italiana è diventata la repubblica della partitocrazia una grande responsabilità l'abbiamo anche noi giornalisti. Anziché ringhiare come cani da guardia, abbiamo fatto le fusa come i micioni castrati accanto al caminetto di chi comanda”. Così scriveva Giampaolo Pansa sul “Corriere della Sera” il 13 maggio del 1993.
Quindici anni dopo può fornire qualche spunto di riflessione una serie di citazioni provenienti da quel mondo remoto, ove ci si poteva illudere che la politica avrebbe subito una trasformazione radicale, e ancor più che il giornalismo italiano avrebbe cambiato volto. Quale migliore occasione di Tangentopoli e della critica radicale al sistema politico di allora per abbandonare l'atteggiamento descritto da Pansa, uscendo dalle pastoie dell'“advocacy journalism” (quello che conosce la verità ancor prima di conoscere i fatti) per tendere, almeno in parte, verso una maggiore imparzialità. Magari per porsi, nei confronti del potere – di ogni potere – come il “cane da guardia” della tradizione giornalistica anglosassone, teso in primis all'interesse del lettore e alla difesa della democrazia. Un puro sogno? Ciascuno può valutarlo considerando il presente ed il recente passato, a partire dal confronto con questa fotografia della situazione di quei primi anni Novanta (quando, se non altro, l'uso della lingua italiana era soggetto ancora a qualche forma di controllo sintattico-grammaticale e di aspirazione alla qualità che oggi sembrano essersi completamente dissolti, soprattutto nei TG, ma anche sulla carta stampata).
«La colpa, l'eterna tentazione, e alla fine la vera corruzione, è l'intimità con il potere, perché significa rinunciare al proprio compito e al proprio dovere... Troppo spesso tutto ciò è stato dimenticato nella convinzione diffusa di far parte di una superclasse che annullava i confini tra i potenti e i giornalisti in un parassitismo reciproco pronto a calpestare gli interessi dei lettori» (Ezio Mauro, La Stampa, 14.3.1994).
«È mancato finora nella mappa cromosomica dei giornalisti italiani quello spirito antagonista che ne dovrebbe fare i controllori dei potenti» (Vittorio Roidi, L'Europeo, 21.5. 1993).
«Troppo spesso ci siamo accontentati di una informazione di Palazzo, appagati dal “tu” accattivante che ci veniva elargito dai potenti» (Claudio Alò, Corriere della Sera, 21.7.1993)
«I giornali non chiedono più le inchieste, hanno capito che le inchieste sono pericolose, che in un modo o nell'altro si lede sempre qualche interesse economico... I grandi giornali appartengono a un pugno di grandi aziende che si aiutano tra loro» (Giorgio Bocca, L'Europeo, 21.5.1993)
«In Italia per oltre quarant'anni non c'è mai stata un'informazione televisiva degna di questo nome. E, purtroppo, non è una esagerazione affermare che i telegiornali italiani sono i peggiori del mondo occidentale industrializzato... non arriviamo a capire come possa essere permesso a delle persone incompetenti di fare questo mestiere... In parole povere, non c'è quasi nessuno che sopravviverebbe un solo giorno in uno dei network americani o in qualunque altra televisione seria» (Wolfgang Achtner, corrispondente della CNN, Micromega, 1/1994).
«Ci si rifugia nell'aneddoto, si cancella la memoria storica; si osservano le vicende con sguardo acritico... Si pubblica qualsiasi cosa, purché sia nuova: senza storicizzarla e senza vagliarla; senza fornire ai lettori gli strumenti per capire. Anche questa, forse, è una mancanza di deontologia» (Marcelle Padovani, corrispondente del Nouvel Observateur, Il Messaggero, 14.3.1994).
«Un cameratismo, e anche peggio, tra politici e giornalisti, tra imprenditori e giornalisti, ha spesso preso il posto di quel distacco e antagonismo che producono un'informazione spassionata» (Roger Cohen, Gannet Center Journal, primavera 1990).
«Mentre nella teoria liberal-borghese l'informazione giornalistica è pensata come soggetto “altro” dal sistema politico/economico e, per molti versi, anche dai privati cittadini che essa pretende di rappresentare, la stessa cosa non avviene nel modello che si è venuto realizzando in Italia, dove esiste una forte compenetrazione tra élite dei media ed élite politiche, o più generalmente élite del potere, tale che spesso finiscono con lo sposare il punto di vista delle aree culturali e politiche alle quali esse sono, in misura diversa, collegate» (Paolo Mancini, novembre 1991)
Quindici anni dopo può fornire qualche spunto di riflessione una serie di citazioni provenienti da quel mondo remoto, ove ci si poteva illudere che la politica avrebbe subito una trasformazione radicale, e ancor più che il giornalismo italiano avrebbe cambiato volto. Quale migliore occasione di Tangentopoli e della critica radicale al sistema politico di allora per abbandonare l'atteggiamento descritto da Pansa, uscendo dalle pastoie dell'“advocacy journalism” (quello che conosce la verità ancor prima di conoscere i fatti) per tendere, almeno in parte, verso una maggiore imparzialità. Magari per porsi, nei confronti del potere – di ogni potere – come il “cane da guardia” della tradizione giornalistica anglosassone, teso in primis all'interesse del lettore e alla difesa della democrazia. Un puro sogno? Ciascuno può valutarlo considerando il presente ed il recente passato, a partire dal confronto con questa fotografia della situazione di quei primi anni Novanta (quando, se non altro, l'uso della lingua italiana era soggetto ancora a qualche forma di controllo sintattico-grammaticale e di aspirazione alla qualità che oggi sembrano essersi completamente dissolti, soprattutto nei TG, ma anche sulla carta stampata).
«La colpa, l'eterna tentazione, e alla fine la vera corruzione, è l'intimità con il potere, perché significa rinunciare al proprio compito e al proprio dovere... Troppo spesso tutto ciò è stato dimenticato nella convinzione diffusa di far parte di una superclasse che annullava i confini tra i potenti e i giornalisti in un parassitismo reciproco pronto a calpestare gli interessi dei lettori» (Ezio Mauro, La Stampa, 14.3.1994).
«È mancato finora nella mappa cromosomica dei giornalisti italiani quello spirito antagonista che ne dovrebbe fare i controllori dei potenti» (Vittorio Roidi, L'Europeo, 21.5. 1993).
«Troppo spesso ci siamo accontentati di una informazione di Palazzo, appagati dal “tu” accattivante che ci veniva elargito dai potenti» (Claudio Alò, Corriere della Sera, 21.7.1993)
«I giornali non chiedono più le inchieste, hanno capito che le inchieste sono pericolose, che in un modo o nell'altro si lede sempre qualche interesse economico... I grandi giornali appartengono a un pugno di grandi aziende che si aiutano tra loro» (Giorgio Bocca, L'Europeo, 21.5.1993)
«In Italia per oltre quarant'anni non c'è mai stata un'informazione televisiva degna di questo nome. E, purtroppo, non è una esagerazione affermare che i telegiornali italiani sono i peggiori del mondo occidentale industrializzato... non arriviamo a capire come possa essere permesso a delle persone incompetenti di fare questo mestiere... In parole povere, non c'è quasi nessuno che sopravviverebbe un solo giorno in uno dei network americani o in qualunque altra televisione seria» (Wolfgang Achtner, corrispondente della CNN, Micromega, 1/1994).
«Ci si rifugia nell'aneddoto, si cancella la memoria storica; si osservano le vicende con sguardo acritico... Si pubblica qualsiasi cosa, purché sia nuova: senza storicizzarla e senza vagliarla; senza fornire ai lettori gli strumenti per capire. Anche questa, forse, è una mancanza di deontologia» (Marcelle Padovani, corrispondente del Nouvel Observateur, Il Messaggero, 14.3.1994).
«Un cameratismo, e anche peggio, tra politici e giornalisti, tra imprenditori e giornalisti, ha spesso preso il posto di quel distacco e antagonismo che producono un'informazione spassionata» (Roger Cohen, Gannet Center Journal, primavera 1990).
«Mentre nella teoria liberal-borghese l'informazione giornalistica è pensata come soggetto “altro” dal sistema politico/economico e, per molti versi, anche dai privati cittadini che essa pretende di rappresentare, la stessa cosa non avviene nel modello che si è venuto realizzando in Italia, dove esiste una forte compenetrazione tra élite dei media ed élite politiche, o più generalmente élite del potere, tale che spesso finiscono con lo sposare il punto di vista delle aree culturali e politiche alle quali esse sono, in misura diversa, collegate» (Paolo Mancini, novembre 1991)
venerdì 1 agosto 2008
Ironia
Saper riconoscere la propria ignoranza, in un mondo in cui tutti pontificano (compresi, da qualche anno in qua, calciatori ed attricette) è impresa difficile: eppure, come insegna Socrate, è veramente sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s'illude di essere già “a posto”, volendo ignorare così la sua stessa ignoranza; oppure chi, come nel caso del politico, la dissimula dietro certezze o furbizie che si possano “vendere” bene per ottenere consenso.
Solo chi sa riconoscere il proprio limite avverte il bisogno di conoscere, mentre chi si crede in possesso del sapere non coglie la necessità e il valore della ricerca, così da non prendersi cura di sé e da rimanere irrimediabilmente lontano dalla verità e della virtù.
Socrate, com'è noto, ritiene che l'ironia rappresenti il mezzo per risvegliare negli altri la consapevolezza della propria ignoranza, stimolando il dubbio e l'inquietudine per impegnarli nella ricerca. Essa è il fondamentale antidoto alla boria e all'arroganza del saccente, del sedicente esperto, del potente di turno.
Come mostrano gli atteggiamenti seriosi e un po' tetri di chi esercita il potere (magari dissimulati sotto mentite spoglie, come quelle di gran barzellettiere), nella sfera pubblica non è molto praticata la capacità di mettersi in discussione.
Quanto giova, infatti, nella sfera politica il mostrarsi aperti, possibilisti, umili? O per convincere ed irretire gli elettori, i sodali (e, con minore difficoltà, i servi) non occorre piuttosto presentarsi come personaggi dalle granitiche certezze, convinti di aver sempre ragione, e ovviamente privi di senso del ridicolo?
L'ironia socratica, smontando questa ipocrisia più o meno consapevole, tende anzitutto a mettere l'uomo in chiaro con se stesso, per portarlo al riconoscimento dei propri limiti e renderlo giusto: politicamente parlando, solidale con gli altri cittadini, fedele all'ideale di giustizia.
Il dubbio e l'inquietudine non accompagnano perciò una condizione di debolezza, ma di franca ammissione che non si possiede la verità una volta per tutte. Essi sono dunque la condizione per poter avviare una ricerca scevra da pregiudizi, uno stimolo prezioso per guardare alle cose in maniera profonda, nonché per avviare un vero dialogo con gli altri. Presuppongono in chi li usa una reale intelligenza, nel senso etimologico, come capacità di “leggere dentro” le cose.
Può diventare un modo di procedere diffuso? Solo in proporzione all'interesse per ciò che Socrate definiva la “cura della propria anima”. Quindi, probabilmente no.
Se la superficialità rassicurante dei luoghi comuni viene meno, manca infatti la materia prima per molti politici, che indirizzano l'opinione generale, la doxa, proprio grazie a questi preziosi alleati (tutti gli zingari rubano, gli statali sono fannulloni, il fantomatico popolo lumbard discende dai celti, destra è sinonimo di ordine, efficienza e responsabilità...). Col supporto dei media compiacenti o poco abituati a verifiche e riscontri fattuali, la politica degli annunci si rivela così la più pagante. L'importante è avere faccia tosta a sufficienza, mostrarsi sicuri di sé, coprirsi da soli di pubbliche lodi e denigrare sistematicamente quanto fatto dagli altri. E, soprattutto, non tollerare in proposito scetticismi.
Solo chi sa riconoscere il proprio limite avverte il bisogno di conoscere, mentre chi si crede in possesso del sapere non coglie la necessità e il valore della ricerca, così da non prendersi cura di sé e da rimanere irrimediabilmente lontano dalla verità e della virtù.
Socrate, com'è noto, ritiene che l'ironia rappresenti il mezzo per risvegliare negli altri la consapevolezza della propria ignoranza, stimolando il dubbio e l'inquietudine per impegnarli nella ricerca. Essa è il fondamentale antidoto alla boria e all'arroganza del saccente, del sedicente esperto, del potente di turno.
Come mostrano gli atteggiamenti seriosi e un po' tetri di chi esercita il potere (magari dissimulati sotto mentite spoglie, come quelle di gran barzellettiere), nella sfera pubblica non è molto praticata la capacità di mettersi in discussione.
Quanto giova, infatti, nella sfera politica il mostrarsi aperti, possibilisti, umili? O per convincere ed irretire gli elettori, i sodali (e, con minore difficoltà, i servi) non occorre piuttosto presentarsi come personaggi dalle granitiche certezze, convinti di aver sempre ragione, e ovviamente privi di senso del ridicolo?
L'ironia socratica, smontando questa ipocrisia più o meno consapevole, tende anzitutto a mettere l'uomo in chiaro con se stesso, per portarlo al riconoscimento dei propri limiti e renderlo giusto: politicamente parlando, solidale con gli altri cittadini, fedele all'ideale di giustizia.
Il dubbio e l'inquietudine non accompagnano perciò una condizione di debolezza, ma di franca ammissione che non si possiede la verità una volta per tutte. Essi sono dunque la condizione per poter avviare una ricerca scevra da pregiudizi, uno stimolo prezioso per guardare alle cose in maniera profonda, nonché per avviare un vero dialogo con gli altri. Presuppongono in chi li usa una reale intelligenza, nel senso etimologico, come capacità di “leggere dentro” le cose.
Può diventare un modo di procedere diffuso? Solo in proporzione all'interesse per ciò che Socrate definiva la “cura della propria anima”. Quindi, probabilmente no.
Se la superficialità rassicurante dei luoghi comuni viene meno, manca infatti la materia prima per molti politici, che indirizzano l'opinione generale, la doxa, proprio grazie a questi preziosi alleati (tutti gli zingari rubano, gli statali sono fannulloni, il fantomatico popolo lumbard discende dai celti, destra è sinonimo di ordine, efficienza e responsabilità...). Col supporto dei media compiacenti o poco abituati a verifiche e riscontri fattuali, la politica degli annunci si rivela così la più pagante. L'importante è avere faccia tosta a sufficienza, mostrarsi sicuri di sé, coprirsi da soli di pubbliche lodi e denigrare sistematicamente quanto fatto dagli altri. E, soprattutto, non tollerare in proposito scetticismi.
martedì 29 luglio 2008
Neolingua
Non nuovo ad acrobazie verbali, in questi giorni Berlusconi sfodera dal cilindro la dichiarazione che la sua è una “vera politica di sinistra”.
Questo avviene in contemporanea ad una manovra economica tanto popolare da contenere un emendamento che mira a introdurre la precarizzazione a vita di varie categorie di lavoratori e una norma che abolisce le pensioni minime per chi non abbia versato contributi per almeno 10 anni: correndo precipitosamente ai ripari, ci viene detto che riguarderà solo gli extracomunitari, ma intanto non è stata scritta così.
Si vara peraltro una Robin Hood Tax che inciderà sensibilmente su azionisti e consumatori (petrolieri e banchieri hanno una lunga tradizione nello scaricare verso il basso i loro aggravi, e solo le anime belle credono diversamente) per 5 miliardi di euro, a fronte dei quali si dispone un'elemosina di ben (!) 200 milioni per gli anziani indigenti con la Social Card.
Si grida che il nemico è alle porte istituendo l'ennesima “emergenza clandestini” generale, considerata dalla gran parte degli osservatori e dalla Chiesa come semplice fumo negli occhi. Si aboliscono sistemi di controllo dell'evasione fiscale introdotti da pochi mesi, terminata cioè la fase di assestamento e di iniziale disagio. Si prepara lo straordinario “pacco” Alitalia, con più licenziamenti, minori investimenti, minori dimensioni, minore competitività e ampie zone oscure rispetto alla dileggiata proposta di Air France (si legga Gianni Dragoni sul Sole-24 Ore del 25 luglio, p. 24).
Tutto questo, apprendiamo, è una politica “di sinistra”.
Dato che stravolgimenti lessicali di questa portata, come ci insegna Orwell, sono caratteristici delle dittature totalitarie – niente, ne siamo certi, è più lontano dallo spirito dell'attuale condottiero di un'Italia felicemente rinnovata – sarebbe bene che egli si attenesse a distinzioni più convenzionali e anche più precise. Non si vergogni, non abbia paura di affermare che segue politiche di destra: dopotutto, più o meno consapevolmente, gli elettori lo hanno votato per questo.
O forse voleva alludere al fatto che questo governo muove i suoi primi passi aumentando la pressione fiscale (cosa ammessa persino dallo schieratissimo Giornale). Dunque più tasse per tutti, pardòn, per alcuni, quella non esigua quantità di persone che non ha modo di evadere o di rivalersi su altri. In questo, diamogliene atto, il traguardo della politica di sinistra da lui tanto ambìto, il buon Berlusconi lo può considerare raggiunto.
Questo avviene in contemporanea ad una manovra economica tanto popolare da contenere un emendamento che mira a introdurre la precarizzazione a vita di varie categorie di lavoratori e una norma che abolisce le pensioni minime per chi non abbia versato contributi per almeno 10 anni: correndo precipitosamente ai ripari, ci viene detto che riguarderà solo gli extracomunitari, ma intanto non è stata scritta così.
Si vara peraltro una Robin Hood Tax che inciderà sensibilmente su azionisti e consumatori (petrolieri e banchieri hanno una lunga tradizione nello scaricare verso il basso i loro aggravi, e solo le anime belle credono diversamente) per 5 miliardi di euro, a fronte dei quali si dispone un'elemosina di ben (!) 200 milioni per gli anziani indigenti con la Social Card.
Si grida che il nemico è alle porte istituendo l'ennesima “emergenza clandestini” generale, considerata dalla gran parte degli osservatori e dalla Chiesa come semplice fumo negli occhi. Si aboliscono sistemi di controllo dell'evasione fiscale introdotti da pochi mesi, terminata cioè la fase di assestamento e di iniziale disagio. Si prepara lo straordinario “pacco” Alitalia, con più licenziamenti, minori investimenti, minori dimensioni, minore competitività e ampie zone oscure rispetto alla dileggiata proposta di Air France (si legga Gianni Dragoni sul Sole-24 Ore del 25 luglio, p. 24).
Tutto questo, apprendiamo, è una politica “di sinistra”.
Dato che stravolgimenti lessicali di questa portata, come ci insegna Orwell, sono caratteristici delle dittature totalitarie – niente, ne siamo certi, è più lontano dallo spirito dell'attuale condottiero di un'Italia felicemente rinnovata – sarebbe bene che egli si attenesse a distinzioni più convenzionali e anche più precise. Non si vergogni, non abbia paura di affermare che segue politiche di destra: dopotutto, più o meno consapevolmente, gli elettori lo hanno votato per questo.
O forse voleva alludere al fatto che questo governo muove i suoi primi passi aumentando la pressione fiscale (cosa ammessa persino dallo schieratissimo Giornale). Dunque più tasse per tutti, pardòn, per alcuni, quella non esigua quantità di persone che non ha modo di evadere o di rivalersi su altri. In questo, diamogliene atto, il traguardo della politica di sinistra da lui tanto ambìto, il buon Berlusconi lo può considerare raggiunto.
sabato 26 luglio 2008
Il più grande insegnante del Nord
Alla nutrita collezione del folklore bossiano, che ci ha abituato a tante raffinatezze, puntualmente chiosate come trovate di genialità politica da commentatori sin troppo ben disposti, vediamo aggiungersi le sparate sull'inno di Mameli e sugli insegnanti meridionali. Entrambe, in un paese normale, si commenterebbero da sole e chiuderebbero carriere nel discredito generale; da noi, rafforzano l'immagine del personaggio e la convinzione diffusa che con l'eloquio da bar dell'“uomo forte” di turno... si portano a soluzione i problemi della collettività.
Certo che imputare l'ignoranza ben distribuita in tutte le fasce d'età all'azione dei professori provenienti dal Sud (rei ovviamente anche di sottrarre posti di lavoro, di non insegnare le tradizioni locali e di non divulgare le benemerite tesi federaliste) è una formidabile sfida al buon senso e alla realtà dei fatti. Tanto più che, sugli scarsi livelli di acculturazione, movimenti come quello leghista costruiscono le loro fortune, grazie anche alle traballanti mitologie di cui imbottiscono crani non particolarmente muniti.
Ma la notizia assume ben altro rilievo se la si mette in relazione con la denuncia delle crudeli persecuzioni subite proprio da uno studente padano, bocciato all'esame di stato per la colpa di aver portato una tesi su Carlo Cattaneo. Come non provare un moto di sdegno pensando che l'odio razziale di cui i lumbard sono notoriamente vittime possa toccare simili vertici? Poi, per fortuna, veniamo ricondotti ad una dimensione meno surreale dalla constatazione che il diretto interessato altri non è che il figlio del senatùr, il giovane Renzo, che nonostante il collegio privato e la commissione nella quale i docenti meridionali latitavano, ha deluso l'augusto quanto protettivo genitore non conseguendo la promozione.
Meglio dunque sfogare il malumore politicamente, ossia – data una certa concezione della politica – cercando un capro espiatorio da coprire di contumelie: gli insegnanti del sud, gente ritenuta con tutta evidenza indegna di accostare i teneri rampolli della terra padana. come probabilmente tutti coloro che non hanno legami di sangue con Carlo Cattaneo (lui sì, vittima incolpevole, ma della strumentalizzazione leghista).
Ci troviamo di fronte alla difesa, dunque, di un nobile principio, dei puri valori della conoscenza? O non, piuttosto, all'ennesima conferma che a forza di promuovere particolarismi e localismi è facile debordare, pensare in termini rozzamente individualistici, deformare la realtà a proprio uso e consumo, perseguire il proprio tornaconto (di singolo, di gruppo politico, di “etnia”)?
Se si tiene conto che la radicale Bernardini è appena stata aggredita verbalmente da parlamentari leghisti nel momento in cui ha proposto l'abolizione dei privilegi sui trasporti (treni, aereo, autostrade) di cui godono gli ex parlamentari, nonché di esigere la rendicontazione di quanto viene speso per i portaborse, il quadro sembra completo.
La sensazione, non certo da ora, ma sin dai primi tempi dell'attività parlamentare (leggi l'esemplare cammino della Pivetti) è che molti “difensori del popolo” nordico siano bravissimi nell'additare sprechi e favoritismi di “Roma ladrona”, salvo poi, una volta raggiunte posizioni di potere, essere in prima fila nel voler passare all'incasso, nel pensare a come costruirsi comode carriere all'ombra del padrone del “movimento”.
L'esempio, infatti, conta. Tutti ricordiamo come Bossi avesse tentato, a suo tempo, di piazzare al Parlamento Europeo come portaborse assolutamente sprovvisti di qualifiche il fratello e un altro figlio; per giunta, più volte egli ha pubblicamente indicato in questo o quel figliuolo un “erede” destinato a succedergli (preparando di fatto il popolo leghista a vederli in futuro occupare un qualche posticino “per meriti politici”); da ultimo, cerca ora di consolare il figlio bocciato all'esame presentandolo come un caso di persecuzione razziale sui generis.
Sempre mantenendo la serenità e, perché no, lo stile unico che lo caratterizza (stile governativo, ironizzava Scalfaro). Tanto i voti li prende comunque, qualunque cosa dica: è autentico carisma. Per immunizzarsi, ritengo sia sufficiente richiamare le parole del rettore del collegio (peraltro pressoché unico meridionale della commissione esaminatrice): “Il padre, dicendo le cose che ha detto, prima di tutto non fa il bene del ragazzo”. Forse non fa neppure il bene di tutti quelli che lo prendono sul serio.
Certo che imputare l'ignoranza ben distribuita in tutte le fasce d'età all'azione dei professori provenienti dal Sud (rei ovviamente anche di sottrarre posti di lavoro, di non insegnare le tradizioni locali e di non divulgare le benemerite tesi federaliste) è una formidabile sfida al buon senso e alla realtà dei fatti. Tanto più che, sugli scarsi livelli di acculturazione, movimenti come quello leghista costruiscono le loro fortune, grazie anche alle traballanti mitologie di cui imbottiscono crani non particolarmente muniti.
Ma la notizia assume ben altro rilievo se la si mette in relazione con la denuncia delle crudeli persecuzioni subite proprio da uno studente padano, bocciato all'esame di stato per la colpa di aver portato una tesi su Carlo Cattaneo. Come non provare un moto di sdegno pensando che l'odio razziale di cui i lumbard sono notoriamente vittime possa toccare simili vertici? Poi, per fortuna, veniamo ricondotti ad una dimensione meno surreale dalla constatazione che il diretto interessato altri non è che il figlio del senatùr, il giovane Renzo, che nonostante il collegio privato e la commissione nella quale i docenti meridionali latitavano, ha deluso l'augusto quanto protettivo genitore non conseguendo la promozione.
Meglio dunque sfogare il malumore politicamente, ossia – data una certa concezione della politica – cercando un capro espiatorio da coprire di contumelie: gli insegnanti del sud, gente ritenuta con tutta evidenza indegna di accostare i teneri rampolli della terra padana. come probabilmente tutti coloro che non hanno legami di sangue con Carlo Cattaneo (lui sì, vittima incolpevole, ma della strumentalizzazione leghista).
Ci troviamo di fronte alla difesa, dunque, di un nobile principio, dei puri valori della conoscenza? O non, piuttosto, all'ennesima conferma che a forza di promuovere particolarismi e localismi è facile debordare, pensare in termini rozzamente individualistici, deformare la realtà a proprio uso e consumo, perseguire il proprio tornaconto (di singolo, di gruppo politico, di “etnia”)?
Se si tiene conto che la radicale Bernardini è appena stata aggredita verbalmente da parlamentari leghisti nel momento in cui ha proposto l'abolizione dei privilegi sui trasporti (treni, aereo, autostrade) di cui godono gli ex parlamentari, nonché di esigere la rendicontazione di quanto viene speso per i portaborse, il quadro sembra completo.
La sensazione, non certo da ora, ma sin dai primi tempi dell'attività parlamentare (leggi l'esemplare cammino della Pivetti) è che molti “difensori del popolo” nordico siano bravissimi nell'additare sprechi e favoritismi di “Roma ladrona”, salvo poi, una volta raggiunte posizioni di potere, essere in prima fila nel voler passare all'incasso, nel pensare a come costruirsi comode carriere all'ombra del padrone del “movimento”.
L'esempio, infatti, conta. Tutti ricordiamo come Bossi avesse tentato, a suo tempo, di piazzare al Parlamento Europeo come portaborse assolutamente sprovvisti di qualifiche il fratello e un altro figlio; per giunta, più volte egli ha pubblicamente indicato in questo o quel figliuolo un “erede” destinato a succedergli (preparando di fatto il popolo leghista a vederli in futuro occupare un qualche posticino “per meriti politici”); da ultimo, cerca ora di consolare il figlio bocciato all'esame presentandolo come un caso di persecuzione razziale sui generis.
Sempre mantenendo la serenità e, perché no, lo stile unico che lo caratterizza (stile governativo, ironizzava Scalfaro). Tanto i voti li prende comunque, qualunque cosa dica: è autentico carisma. Per immunizzarsi, ritengo sia sufficiente richiamare le parole del rettore del collegio (peraltro pressoché unico meridionale della commissione esaminatrice): “Il padre, dicendo le cose che ha detto, prima di tutto non fa il bene del ragazzo”. Forse non fa neppure il bene di tutti quelli che lo prendono sul serio.
lunedì 21 luglio 2008
Informazione dall'estero: al solito, che pena...
Lo osservava un rapporto di qualche mese fa, realizzato da “Medici senza frontiere” in collaborazione con l'Osservatorio di Pavia, sull'attenzione alle aree di crisi nel mondo. Queste situazioni drammatiche, che per la gran parte dell'informazione estera “fanno notizia” e vengono quindi coperte in maniera variamente approfondita, nell'informazione italiana, soprattutto televisiva, sono quasi completamente trascurati e solo in qualche caso raggiungono i margini dei notiziari, generalmente in orari impossibili per il grande pubblico.
Non ci si dovrebbe meravigliare troppo, dato che in Italia si chiamano “telegiornali” anche contenitori di pettegolezzi, intrattenimenti e “lanci” pubblicitari mescolati con qualche fatto di cronaca, quasi sempre trattato con una professionalità scadente o assente (interviste sul caldo, persecuzione dei parenti delle vittime con domande ripugnanti su come si sentano o sul perdono da concedere, fino alle interviste con citofoni silenti o calciatori monosillabanti). Non casualmente, l'informazione politica perde essa pure qualsiasi tratto di obiettività, e diventa faziosa, censoria, parziale, fino a perdersi nell'adorazione smaccata del padrino politico (il fatto che in ampia misura esso coincida con il padrone-proprietario è un'altra peculiarità tutta italiana cui nessuno ha voluto porre argine).
Quando infine si è proprio costretti ad affrontare tematiche internazionali, si finisce il più delle volte per assistere a scalcinate riproposizioni dei più vieti stereotipi, quali la semplificazione tra buoni e cattivi, l'estremizzazione delle contrapposizioni, il ripiego sul gossip (esemplari in tal senso i servizi provenienti dal Regno Unito), l'esaltazione di qualche spunto patriottico-provinciale (vi è un raduno, in acque francesi, di velieri storici provenienti da tutto il mondo? Si parla solo ed esclusivamente dell'Amerigo Vespucci!).
Limitandoci solo a questa mattina, è stata esemplare la pietosa condotta del TG2, che trattava la vicenda della bimba malmenata e ridotta in fin di vita a Roma dal padre squilibrato, di nazionalità francese... parlando da Parigi, di fronte ad un'edicola, lamentando il fatto che i giornali d'oltralpe non si sognano di dare alla notizia lo stesso, ossessivo risalto che le concedono tutti i TG e quotidiani nazionali! Un vertice di professionalità (alla rovescia, ovviamente: andrebbe piuttosto definito un abisso), che naturalmente brucia spazi preziosi di informazione a vantaggio del solito moralismo d'accatto.
Squallida ed inconcludente è poi la competizione tra TG, quando si verificano crisi di grandi proporzioni e le varie testate provvedono alla spedizione degli inviati, tesi a fornire “ultime ore” tutte uguali, da apprezzare magari per l'anticipo di pochi minuti rispetto alle altre, anziché gli elementi per comprendere quanto sta avvenendo negli altri paesi. Tutti nello stesso luogo, cancellando di fatto il resto del mondo che viene accantonato per rispondere a quelle che si credono “esigenze del mercato”.
Conclusione: tra i cittadini europei, gli Italiani hanno una informazione tra le più limitate, scadenti e provinciali. Ma se ne accorgono?
Non ci si dovrebbe meravigliare troppo, dato che in Italia si chiamano “telegiornali” anche contenitori di pettegolezzi, intrattenimenti e “lanci” pubblicitari mescolati con qualche fatto di cronaca, quasi sempre trattato con una professionalità scadente o assente (interviste sul caldo, persecuzione dei parenti delle vittime con domande ripugnanti su come si sentano o sul perdono da concedere, fino alle interviste con citofoni silenti o calciatori monosillabanti). Non casualmente, l'informazione politica perde essa pure qualsiasi tratto di obiettività, e diventa faziosa, censoria, parziale, fino a perdersi nell'adorazione smaccata del padrino politico (il fatto che in ampia misura esso coincida con il padrone-proprietario è un'altra peculiarità tutta italiana cui nessuno ha voluto porre argine).
Quando infine si è proprio costretti ad affrontare tematiche internazionali, si finisce il più delle volte per assistere a scalcinate riproposizioni dei più vieti stereotipi, quali la semplificazione tra buoni e cattivi, l'estremizzazione delle contrapposizioni, il ripiego sul gossip (esemplari in tal senso i servizi provenienti dal Regno Unito), l'esaltazione di qualche spunto patriottico-provinciale (vi è un raduno, in acque francesi, di velieri storici provenienti da tutto il mondo? Si parla solo ed esclusivamente dell'Amerigo Vespucci!).
Limitandoci solo a questa mattina, è stata esemplare la pietosa condotta del TG2, che trattava la vicenda della bimba malmenata e ridotta in fin di vita a Roma dal padre squilibrato, di nazionalità francese... parlando da Parigi, di fronte ad un'edicola, lamentando il fatto che i giornali d'oltralpe non si sognano di dare alla notizia lo stesso, ossessivo risalto che le concedono tutti i TG e quotidiani nazionali! Un vertice di professionalità (alla rovescia, ovviamente: andrebbe piuttosto definito un abisso), che naturalmente brucia spazi preziosi di informazione a vantaggio del solito moralismo d'accatto.
Squallida ed inconcludente è poi la competizione tra TG, quando si verificano crisi di grandi proporzioni e le varie testate provvedono alla spedizione degli inviati, tesi a fornire “ultime ore” tutte uguali, da apprezzare magari per l'anticipo di pochi minuti rispetto alle altre, anziché gli elementi per comprendere quanto sta avvenendo negli altri paesi. Tutti nello stesso luogo, cancellando di fatto il resto del mondo che viene accantonato per rispondere a quelle che si credono “esigenze del mercato”.
Conclusione: tra i cittadini europei, gli Italiani hanno una informazione tra le più limitate, scadenti e provinciali. Ma se ne accorgono?
lunedì 14 luglio 2008
Bronislaw Geremek ci ha lasciati
Muore improvvisamente un uomo che ha rappresentato molto per il suo paese e per l'Europa intera. È una perdita autentica per il riformismo nel nostro continente. A me è sembrato sempre un modello di stile e coerenza che può insegnare molto, al di là delle specifiche posizioni, a chi si dedica all'attività politica. Purtroppo, per tanti, essere un intellettuale - seriamente, guardando oltre le convenienze, senza chinare il capo di fronte al potere - è un serio difetto...
Riprendo una delle sintetiche biografie messe in rete in queste ore, e un rimando ad un lucido saggio sulla centralità dell'educazione nel processo europeo: http://universitas.fondazionerui.it/portal/page/categoryItem?contentId=47286
Professore, intellettuale, storico, politico, uomo. Bronislaw Geremek lascia dietro di sé un vuoto profondo nella coscienza polacca e europea. Stimato sia a destra che a sinistra. Conosciuto a livello internazionale per l'intelligenza e l'acutezza delle sue idee, Geremek ha segnato la storia della Polonia per oltre un quarto di secolo.
Uomo mite, raffinato nei modi, è stato uno dei massimi esponenti dell'intellighenzia polacca durante il regime comunista. Protagonista della transazione democratica, partecipando alla Tavola rotonda del 1989, è stato deputato presso il parlamento di Varsavia per oltre dieci anni, ricoprendo tra il 1997 e il 2000 la carica di ministro degli Esteri. Fu lui nel 1999 a firmare lo storico ingresso della Polonia nella Nato.
Eurodeputato dal 2004 nel gruppo 'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa' è sempre stato un fervente sostenitore dei principi fondanti l'Unione europea. Titolare di cattedra presso il prestigioso College d'Europe, ai suoi studenti ripeteva sempre che "l'Europa doveva rappresentare una seconda patria. La patria di tutte le famiglie storiche, culturali e sociali del vecchio continente".
Tra gli intellettuali più attivi durante il regime comunista, Geremek è stato fin dal 1968 - dalla repressione violenta della Primavera di Praga - un fermo oppositore della dittatura fino a sposare nel 1980 le proteste degli operai dei cantieri navali di Danzica. Incarcerato per oltre un anno durante il periodo della legge marziale in Polonia, dal 1982 è divenuto stretto collaboratore e consigliere del leader di Solidarnosc, Lech Walesa.
Le cronache del tempo riportano spesso il famoso aneddoto del primo incontro tra Geremek e Walesa nei cantieri di Danzica. Un incontro che ha segnato la storia futura polacca e che rappresenta la riunione tra la classe operaia e il mondo degli intellettuali per il bene e la lotta comune. "Stavo parlando (a Walesa, ndr) da non più di dieci minuti sui documenti che noi intellettuali potevamo scrivere per mettere pressione al regime, spiegando strategie e teorie contrastanti. Finisco la frase e Walesa era sparito! Dopo cinque minuti tornò con delle carte dicendomi: il presidio dei promotori dello sciopero ci ha affidato l'incarico di formare due gruppi di esperti". Pragmatismo unito alla teoria. Un legame, una sorta di fascino personale che è rimasto negli anni tra Geremek e Walesa, anche quando tanti anni dopo le loro strade politiche si sono divise.
Insieme ad Adam Michnik, Tadeusz Mazowiecki e Lech Walesa, Bronislaw Geremek fu uno dei principali protagonisti della Tavola rotonda nel 1989 - negoziati tra gli esponenti del regime e quelli dell'opposizione e di Solidarnosc - che traghettò pacificamente la Polonia alla democrazia.
Politico di lungo corso e libero pensatore non ha mai nascosto il suo dissenso nei confronti dei fratelli Kaczynski, Jaroslaw l'ex-premier e Lech l'attuale presidente. Destò scalpore e suscitò non poche polemiche la decisione nel 2007 di non sottoporsi ai procedimenti di "Lustracja", che intimavano a tutti gli uomini politici e intellettuali di dichiarare di non aver mai collaborato con il regime comunista, lanciando dai banchi dell'Europarlamento un fragoroso attacco politico contro l'allora governo social-conservatore di Jaroslaw Kaczynski, primo fautore dell'inasprimento dei regolamenti della Lustracja.
Riprendo una delle sintetiche biografie messe in rete in queste ore, e un rimando ad un lucido saggio sulla centralità dell'educazione nel processo europeo: http://universitas.fondazionerui.it/portal/page/categoryItem?contentId=47286
Professore, intellettuale, storico, politico, uomo. Bronislaw Geremek lascia dietro di sé un vuoto profondo nella coscienza polacca e europea. Stimato sia a destra che a sinistra. Conosciuto a livello internazionale per l'intelligenza e l'acutezza delle sue idee, Geremek ha segnato la storia della Polonia per oltre un quarto di secolo.
Uomo mite, raffinato nei modi, è stato uno dei massimi esponenti dell'intellighenzia polacca durante il regime comunista. Protagonista della transazione democratica, partecipando alla Tavola rotonda del 1989, è stato deputato presso il parlamento di Varsavia per oltre dieci anni, ricoprendo tra il 1997 e il 2000 la carica di ministro degli Esteri. Fu lui nel 1999 a firmare lo storico ingresso della Polonia nella Nato.
Eurodeputato dal 2004 nel gruppo 'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa' è sempre stato un fervente sostenitore dei principi fondanti l'Unione europea. Titolare di cattedra presso il prestigioso College d'Europe, ai suoi studenti ripeteva sempre che "l'Europa doveva rappresentare una seconda patria. La patria di tutte le famiglie storiche, culturali e sociali del vecchio continente".
Tra gli intellettuali più attivi durante il regime comunista, Geremek è stato fin dal 1968 - dalla repressione violenta della Primavera di Praga - un fermo oppositore della dittatura fino a sposare nel 1980 le proteste degli operai dei cantieri navali di Danzica. Incarcerato per oltre un anno durante il periodo della legge marziale in Polonia, dal 1982 è divenuto stretto collaboratore e consigliere del leader di Solidarnosc, Lech Walesa.
Le cronache del tempo riportano spesso il famoso aneddoto del primo incontro tra Geremek e Walesa nei cantieri di Danzica. Un incontro che ha segnato la storia futura polacca e che rappresenta la riunione tra la classe operaia e il mondo degli intellettuali per il bene e la lotta comune. "Stavo parlando (a Walesa, ndr) da non più di dieci minuti sui documenti che noi intellettuali potevamo scrivere per mettere pressione al regime, spiegando strategie e teorie contrastanti. Finisco la frase e Walesa era sparito! Dopo cinque minuti tornò con delle carte dicendomi: il presidio dei promotori dello sciopero ci ha affidato l'incarico di formare due gruppi di esperti". Pragmatismo unito alla teoria. Un legame, una sorta di fascino personale che è rimasto negli anni tra Geremek e Walesa, anche quando tanti anni dopo le loro strade politiche si sono divise.
Insieme ad Adam Michnik, Tadeusz Mazowiecki e Lech Walesa, Bronislaw Geremek fu uno dei principali protagonisti della Tavola rotonda nel 1989 - negoziati tra gli esponenti del regime e quelli dell'opposizione e di Solidarnosc - che traghettò pacificamente la Polonia alla democrazia.
Politico di lungo corso e libero pensatore non ha mai nascosto il suo dissenso nei confronti dei fratelli Kaczynski, Jaroslaw l'ex-premier e Lech l'attuale presidente. Destò scalpore e suscitò non poche polemiche la decisione nel 2007 di non sottoporsi ai procedimenti di "Lustracja", che intimavano a tutti gli uomini politici e intellettuali di dichiarare di non aver mai collaborato con il regime comunista, lanciando dai banchi dell'Europarlamento un fragoroso attacco politico contro l'allora governo social-conservatore di Jaroslaw Kaczynski, primo fautore dell'inasprimento dei regolamenti della Lustracja.
sabato 12 luglio 2008
Nothing Is Easy
Ricoprire l'avversario-demonio di insulti, dare una valvola di sfogo alla propria impotenza, far parlare di sé sui media; e insieme denunciare un pericolo reale per la democrazia, opporsi a uno sconcio istituzionale e ad un ulteriore svuotamento delle prerogative parlamentari. Soprattutto dare voce ad un malessere profondo, che non è però quello della maggioranza dei concittadini, in forme scomposte, rispondendo all'arroganza con l'arroganza, alla violenza verbale (larvata, subdola, pervasiva) con la violenza verbale (esplosiva, liberatoria ma assolutamente sterile). Il trionfo dell'antipolitica, che è sempre, indirettamente, un successo per la cattiva politica.
Questo mi sembra sia essere il senso della manifestazione romana dell'8 luglio: il risultato prodotto, al di là delle intenzioni, è semicatastrofico. Politicamente non raggiunge neppure la parità con l'avversario, per l'ulteriore discredito che porta alla causa dell'antiberlusconismo, offrendo forti appigli e giustificazioni alla tendenza di segno opposto. Che non è, lo sappiamo bene, sorretta dalla forza della ragione, dal senso dello stato, dal primato del bene comune, ma da un più banale e primitivo ossequio al capo, consacrato dal popolo, e perciò legittimato a fare ciò che vuole. Non a caso, per effetto delle decisioni prese a colpi di maggioranza, lo si è messo al riparo da ogni imbarazzo giudiziario, come un sovrano assoluto.Bisognava tacere? Al contrario. Ma se non si presta attenzione ai modi e se non si ha veramente a cuore il convincimento di chi ha un'idea diversa, ci si riduce al semplice gettargli in faccia il nostro disprezzo. Si ribadisce la propria debolezza e, insieme, si consente al benpensante di turno di rifugiarsi nelle certezze preconfezionate (il leader buono aggredito da magistrati e piazze comunisti, l'attitudine puramente distruttiva della sinistra, e via dicendo).
Con scontate capacità di previsione, il giorno prima Ernesto Galli della Loggia condannava questo genere di moralismo come “il modo classico in cui la sinistra declina la tendenza all'antipolitica che da sempre, e oggi piu che mai, alligna anche nelle sue file. Laddove la destra è abituata a declinare l'antipolitica nelle forme del disincanto qualunquistico spinto fino al cinismo, la sinistra, invece, l'incanala in quelle dell'eticismo condotto al limite dell'arroganza di tipo razzista”. Di qui il trittico dogmatico consistente nella convinzione di avere in esclusiva il copyright del bene, di dover essere tutti uniti contro il male (assoluto), e di alimentare la purezza con la durezza.Una riflessione in parte condivisibile, ma che rischia, nei toni di molti commentatori, di assolvere frettolosamente molte delle procedure comuni alla pratica politica, sino al piccolo e medio cabotaggio dei compromessi più ignobili. Infatti, nel nostro paese, si dice spesso “moralismo” inglobando in questo concetto anche quello di “moralità”. Raccomandazioni, servilismi, distorsione sistematica dei fatti nell'informazione, accesso a posti attraverso ricatti e/o concessione di favori (sfera sessuale inclusa), evasioni degli obblighi fiscali e disaffezione civica hanno spesso trovato pubblici difensori, beninteso in toni elusivi, tramite ragionamenti indiretti, lamentando in sostanza che gli esseri umani non possono essere santi, che così va da sempre il mondo, eccetera. Una sagra dell'ipocrisia di cui non importa qui elencare i campioni, visto che trovano sempre nuovi emuli.
Si può perciò condannare il moralismo e dichiararne i guasti, ma va fatta estrema attenzione alla facile autoassoluzione che i “furbi” sono prontissimi a costruirsi. Esattamente come l'antipolitica è pericolosa ed ingiusta nel rendere superflua la fatica di pensare, di misurare, di distinguere, e nel condannare chi invece intenda ragionare e dialogare con tutti sul merito dei problemi, è però una faciloneria non innocente anche quella di chi prescinde, sempre e comunque, da considerazioni etiche, da un ideale di giustizia, a volte gettando a mare anche il puro buon senso.
Credo che le passate vicende di un intelligentone politico come D'Alema, nel suo storico confronto con Berlusconi, ne rappresentino la più efficace delle illustrazioni. Se qualcuno non ne fosse convinto mi illustri, per favore, gli straordinari successi ottenuti nel tempo da questa Realpolitik all'amatriciana; quali benefici abbia portato al centrosinistra; quale sensibilità ed efficacia abbia dimostrato in tema di conflitto di interessi e di antitrust mediatico; quale incremento dei consensi nel paese.
Moralità, intelligenza politica e capacità di dialogo onesto sono un connubio difficile da realizzare, è vero. Una strada stretta, che richiede probabilmente più impegno di quanto la classe dirigente che ci ritroviamo sia disposta a concedere. I furbi, classicamente, preferiscono le scorciatoie di ogni genere e il lavoro nell'ombra. Con gli effetti che tutti vediamo.
Questo mi sembra sia essere il senso della manifestazione romana dell'8 luglio: il risultato prodotto, al di là delle intenzioni, è semicatastrofico. Politicamente non raggiunge neppure la parità con l'avversario, per l'ulteriore discredito che porta alla causa dell'antiberlusconismo, offrendo forti appigli e giustificazioni alla tendenza di segno opposto. Che non è, lo sappiamo bene, sorretta dalla forza della ragione, dal senso dello stato, dal primato del bene comune, ma da un più banale e primitivo ossequio al capo, consacrato dal popolo, e perciò legittimato a fare ciò che vuole. Non a caso, per effetto delle decisioni prese a colpi di maggioranza, lo si è messo al riparo da ogni imbarazzo giudiziario, come un sovrano assoluto.Bisognava tacere? Al contrario. Ma se non si presta attenzione ai modi e se non si ha veramente a cuore il convincimento di chi ha un'idea diversa, ci si riduce al semplice gettargli in faccia il nostro disprezzo. Si ribadisce la propria debolezza e, insieme, si consente al benpensante di turno di rifugiarsi nelle certezze preconfezionate (il leader buono aggredito da magistrati e piazze comunisti, l'attitudine puramente distruttiva della sinistra, e via dicendo).
Con scontate capacità di previsione, il giorno prima Ernesto Galli della Loggia condannava questo genere di moralismo come “il modo classico in cui la sinistra declina la tendenza all'antipolitica che da sempre, e oggi piu che mai, alligna anche nelle sue file. Laddove la destra è abituata a declinare l'antipolitica nelle forme del disincanto qualunquistico spinto fino al cinismo, la sinistra, invece, l'incanala in quelle dell'eticismo condotto al limite dell'arroganza di tipo razzista”. Di qui il trittico dogmatico consistente nella convinzione di avere in esclusiva il copyright del bene, di dover essere tutti uniti contro il male (assoluto), e di alimentare la purezza con la durezza.Una riflessione in parte condivisibile, ma che rischia, nei toni di molti commentatori, di assolvere frettolosamente molte delle procedure comuni alla pratica politica, sino al piccolo e medio cabotaggio dei compromessi più ignobili. Infatti, nel nostro paese, si dice spesso “moralismo” inglobando in questo concetto anche quello di “moralità”. Raccomandazioni, servilismi, distorsione sistematica dei fatti nell'informazione, accesso a posti attraverso ricatti e/o concessione di favori (sfera sessuale inclusa), evasioni degli obblighi fiscali e disaffezione civica hanno spesso trovato pubblici difensori, beninteso in toni elusivi, tramite ragionamenti indiretti, lamentando in sostanza che gli esseri umani non possono essere santi, che così va da sempre il mondo, eccetera. Una sagra dell'ipocrisia di cui non importa qui elencare i campioni, visto che trovano sempre nuovi emuli.
Si può perciò condannare il moralismo e dichiararne i guasti, ma va fatta estrema attenzione alla facile autoassoluzione che i “furbi” sono prontissimi a costruirsi. Esattamente come l'antipolitica è pericolosa ed ingiusta nel rendere superflua la fatica di pensare, di misurare, di distinguere, e nel condannare chi invece intenda ragionare e dialogare con tutti sul merito dei problemi, è però una faciloneria non innocente anche quella di chi prescinde, sempre e comunque, da considerazioni etiche, da un ideale di giustizia, a volte gettando a mare anche il puro buon senso.
Credo che le passate vicende di un intelligentone politico come D'Alema, nel suo storico confronto con Berlusconi, ne rappresentino la più efficace delle illustrazioni. Se qualcuno non ne fosse convinto mi illustri, per favore, gli straordinari successi ottenuti nel tempo da questa Realpolitik all'amatriciana; quali benefici abbia portato al centrosinistra; quale sensibilità ed efficacia abbia dimostrato in tema di conflitto di interessi e di antitrust mediatico; quale incremento dei consensi nel paese.
Moralità, intelligenza politica e capacità di dialogo onesto sono un connubio difficile da realizzare, è vero. Una strada stretta, che richiede probabilmente più impegno di quanto la classe dirigente che ci ritroviamo sia disposta a concedere. I furbi, classicamente, preferiscono le scorciatoie di ogni genere e il lavoro nell'ombra. Con gli effetti che tutti vediamo.
martedì 8 luglio 2008
Campane di vetro
Esami di stato 2008. Assistiamo ad un'altra geniale trovata (forse partorita dalla stessa mente di funzionario che ha formulato le prove di Italiano): i voti finali non sono più resi pubblici. Tutti i candidati possono leggere unicamente se l'esito è stato “positivo” o meno. Per conoscere il dettaglio più importante, il punteggio, si devono recare alla segreteria della scuola e presentare regolare domanda. Inutili code e perdite di tempo, ore-lavoro e carta sprecati, un alone di riservatezza che confina con l'omertà: e tutto questo in nome di cosa? Di un paradossale senso della privacy? Della tutela di una psiche fragilissima che non sopporterebbe il confronto con i voti dei compagni di classe? A parte che, in tal modo, sui tabelloni si dà ancora maggiore risalto all'esito negativo rispetto alla pubblicazione del punteggio, stiamo rapidamente abituandoci ad un deficit di trasparenza nelle comunicazioni degli esiti che rischia di innescare effetti controproducenti.
Come se il confronto avesse una funzione depressiva, anziché di stimolo. Come se il merito fosse di per sé un elemento da mantenere riservato, per non nuocere all'autostima altrui. Come se i cittadini, a cominciare dall'età scolare, andassero assuefatti all'idea di non dover rendere conto pubblicamente di quanto avviene nei contesti pubblici.
O, magari, per convalidare l'impressione che un arbitrio nascosto, o una classicissima raccomandazione, siano ben più efficaci, nel sistema italiano, rispetto alle capacità effettive. In effetti, nel mondo anglosassone, così attento al tema del rispetto della sfera privata, simili parossismi sono del tutto sconosciuti. Si dà per scontato che la sfera pubblica sia trasparente in ogni suo aspetto. Per non dire del ruolo investigativo della stampa, che con tutti i suoi limiti è a distanze siderali da quella italiana, e non si limita certo allo stillicidio delle intercettazioni telefoniche, cioè a guardare dal buco della serratura.
Da noi accade l'inverso. A quando, dunque, il mistero anche sull'esito dei concorsi pubblici, così da riempire ben bene di fumo la campana di vetro?
Come se il confronto avesse una funzione depressiva, anziché di stimolo. Come se il merito fosse di per sé un elemento da mantenere riservato, per non nuocere all'autostima altrui. Come se i cittadini, a cominciare dall'età scolare, andassero assuefatti all'idea di non dover rendere conto pubblicamente di quanto avviene nei contesti pubblici.
O, magari, per convalidare l'impressione che un arbitrio nascosto, o una classicissima raccomandazione, siano ben più efficaci, nel sistema italiano, rispetto alle capacità effettive. In effetti, nel mondo anglosassone, così attento al tema del rispetto della sfera privata, simili parossismi sono del tutto sconosciuti. Si dà per scontato che la sfera pubblica sia trasparente in ogni suo aspetto. Per non dire del ruolo investigativo della stampa, che con tutti i suoi limiti è a distanze siderali da quella italiana, e non si limita certo allo stillicidio delle intercettazioni telefoniche, cioè a guardare dal buco della serratura.
Da noi accade l'inverso. A quando, dunque, il mistero anche sull'esito dei concorsi pubblici, così da riempire ben bene di fumo la campana di vetro?
giovedì 3 luglio 2008
Ipocrisia
Se il presidente del consiglio raccomanda attricette, non svolge certo un'azione meritoria, agli occhi della zia suora come a quelli degli italiani.
Dalla vicenda, priva di rilevanza penale, emerge però uno squallore ben noto, quasi un'ovvietà nel paese delle raccomandazioni – e perciò, lo ricordiamo, della mortificazione del merito, dello scadimento generale della qualità, della corruzione diffusa.
Ma il problema, nella grande maggioranza degli interventi, sembra essere tutt'altro: che si osi rendere pubblico e denunciare il fatto. Magari nei toni rozzi di un Di Pietro (peraltro azzimato gentleman se confrontato alla media delle sparate borghezian-bossiane, ma lasciamo stare). Apriti cielo! Si scatena una canea di difensori oltre misura, che non soltanto rimproverano la volgarità degli epiteti, ma si dedicano alacremente alla creazione di una cortina fumogena ad hoc. Soprattutto si sentono in dovere di sparare sul PD, che non si dissocia abbastanza dal piccolo alleato e quindi ne sarebbe succube, precipitando verso un dissennato estremismo che turba il dialogo.
Spudorati. Il dialogo non è possibile perché non lo vogliono e non lo cercano. Altro che confronto: conoscono un solo atteggiamento, la sottomissione, e neppure si accorgono di quanto siano ridicoli nel pretenderlo da un'opposizione che vorrebbero completamente supina.
Senza vergogna. Tanto da indurre a pensare che la disponibilità ad entrare nelle grazie del padrone superi abbondantemente quella delle signorine raccomandate.
Parlare d'altro. Questa la priorità delle priorità. Per non occuparsi dello squallore di questo ceto politico al potere, dell'inefficienza e dei fallimenti passati e prossimi venturi: (prepariamoci, ad esempio, a veder ancora attingere abbondantemente al portafoglio dei cittadini per mantenere il carrozzone-Alitalia). Con la maschera di una politica tutta fatta di annunci, conflitti di interessi e poco altro.
Fino a quando?
mercoledì 2 luglio 2008
Dialogo in politica? Magari, se appena si fosse capaci di ascolto (e onesti)
“Quattro occhi vedono meglio di due”: così recita un noto proverbio. Ma questo principio di saggezza popolare non sembra davvero molto praticato nel confronto politico attuale, dove sembra accadere di tutto, tranne che l’instaurarsi di un dialogo costruttivo tra posizioni diverse.
È certamente legittimo che ciascuno ritenga di avere le migliori soluzioni ai problemi della “cosa pubblica”, e ancor più che abbia il diritto di metterle in pratica quando riceve il mandato popolare: da qui a pensare di avere sempre e comunque ragione, però, ce ne corre. Soprattutto perché occorrerebbe avere sempre come faro l’interesse generale, in maniera trasparente e non viziato da interessi di bottega
Ascoltare le opinioni altrui è segno di rispetto e di prudenza, e insieme rappresenta un aiuto importante per sottoporre a verifica, e magari migliorare, i propri progetti. Mentre la rinuncia all’ascolto si manifesta sempre più spesso nell’indifferenza e nel fastidio per le osservazioni e le proposte che provengono “dall’altra parte”, che si tratti di una maggioranza sorda ad ogni emendamento dell’opposizione, oppure di un’opposizione arroccata nel rifiuto preconcetto delle altrui proposte. Pessima abitudine, ormai diffusa non solo tra gli schieramenti politici avversi, dato che conosciamo bene non solamente carismatici “uomini soli al comando”, ma pure semplici sindaci che non riescono proprio ad ascoltare le indicazioni delle opposizioni, e anche verso i sostenitori ostentano a più riprese sordità. L’unico parametro riconosciuto sembra essere la sottomissione. O così, o sei fuori.
A chi giova tutto questo? In realtà a nessuno. Quel che di certo si ottiene è il progressivo deteriorarsi dei rapporti di convivenza civile, assieme alla perdita della capacità di mediazione, che non consiste necessariamente in compromessi scialbi e confusi. Nulla di grave, per chi coltiva un atteggiamento narcisistico e decisionista: costui ama sentire soltanto sé stesso, è per principio chiuso al riconoscimento dell’altro, e lo accetta solo come semplice spettatore. Ha invece di che preoccuparsi chi vede così compromessa l’essenza del gioco democratico, che è molto più un “ragionare insieme attorno a un tavolo” che non un “chi vince piglia tutto”: alla fine, che vantaggio può venire dal lacerare una comunità, anziché tentare di raccoglierla intorno a valori ampiamente condivisi? Non l’arrogante, bensì solo chi è veramente forte, non teme di mettersi in gioco in un dialogo autentico: saldo nei propri principi e insieme disposto a migliorarsi, egli considera le altre persone portatrici di ragioni che non devono essere sottovalutate, ma – appunto – valutate per quello che sono. Forse, oggi, è proprio questa forza che manca, non solo nei rapporti tra maggioranze e opposizioni, ma anche nelle dinamiche interne ai partiti.
È certamente legittimo che ciascuno ritenga di avere le migliori soluzioni ai problemi della “cosa pubblica”, e ancor più che abbia il diritto di metterle in pratica quando riceve il mandato popolare: da qui a pensare di avere sempre e comunque ragione, però, ce ne corre. Soprattutto perché occorrerebbe avere sempre come faro l’interesse generale, in maniera trasparente e non viziato da interessi di bottega
Ascoltare le opinioni altrui è segno di rispetto e di prudenza, e insieme rappresenta un aiuto importante per sottoporre a verifica, e magari migliorare, i propri progetti. Mentre la rinuncia all’ascolto si manifesta sempre più spesso nell’indifferenza e nel fastidio per le osservazioni e le proposte che provengono “dall’altra parte”, che si tratti di una maggioranza sorda ad ogni emendamento dell’opposizione, oppure di un’opposizione arroccata nel rifiuto preconcetto delle altrui proposte. Pessima abitudine, ormai diffusa non solo tra gli schieramenti politici avversi, dato che conosciamo bene non solamente carismatici “uomini soli al comando”, ma pure semplici sindaci che non riescono proprio ad ascoltare le indicazioni delle opposizioni, e anche verso i sostenitori ostentano a più riprese sordità. L’unico parametro riconosciuto sembra essere la sottomissione. O così, o sei fuori.
A chi giova tutto questo? In realtà a nessuno. Quel che di certo si ottiene è il progressivo deteriorarsi dei rapporti di convivenza civile, assieme alla perdita della capacità di mediazione, che non consiste necessariamente in compromessi scialbi e confusi. Nulla di grave, per chi coltiva un atteggiamento narcisistico e decisionista: costui ama sentire soltanto sé stesso, è per principio chiuso al riconoscimento dell’altro, e lo accetta solo come semplice spettatore. Ha invece di che preoccuparsi chi vede così compromessa l’essenza del gioco democratico, che è molto più un “ragionare insieme attorno a un tavolo” che non un “chi vince piglia tutto”: alla fine, che vantaggio può venire dal lacerare una comunità, anziché tentare di raccoglierla intorno a valori ampiamente condivisi? Non l’arrogante, bensì solo chi è veramente forte, non teme di mettersi in gioco in un dialogo autentico: saldo nei propri principi e insieme disposto a migliorarsi, egli considera le altre persone portatrici di ragioni che non devono essere sottovalutate, ma – appunto – valutate per quello che sono. Forse, oggi, è proprio questa forza che manca, non solo nei rapporti tra maggioranze e opposizioni, ma anche nelle dinamiche interne ai partiti.
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