Albrecht Dürer, Navis Stultorum (in S. Brant, Narrenschiff - 1497)
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mercoledì 17 aprile 2013
Locali "no slot" e impegno dei consumatori
Destano perplessità le dichiarazioni di alcuni esercenti che hanno fatto l’encomiabile scelta di non installare nei loro locali macchinette per il gioco d'azzardo. In sostanza, il Comune li avrebbe delusi non riconoscendo un contributo economico o fiscale a questo gesto di buona volontà. Mi sembra corretto precisare che, nella mozione da noi approvata lo scorso ottobre in consiglio comunale, non era però previsto alcun impegno dell’amministrazione in tal senso, sostenendo invece l’apposizione di un “marchio di qualità” utile a far riconoscere ai consumatori la natura “slot free” del locale. Dipendesse da me, vorrei che ogni incentivazione al contrasto alle dipendenze, da gioco o altro, venisse comunque favorita, anche al di là dei noti problemi di bilancio. Ma occorre rendersi conto delle implicazioni giuridiche di un provvedimento che volesse accordare condizioni di favore a esercenti "virtuosi", a scapito di altri, i quali a onor del vero non svolgono un’attività contraria alle disposizioni di legge, e che agirebbero a buon diritto contro la discriminazione.
Il terreno su cui la discussione va riportata è piuttosto quello della sensibilità sociale, dell’educazione familiare e, perché no, della tensione morale. In questo senso, chi agisce bene ha già in sé la propria ricompensa. So che non è un concetto che va per la maggiore, ma proviamo a pensare cosa avverebbe se tutti lo mettessimo in pratica.
Inoltre, come consumatori è piu che opportuno venire sensibilizzati all’importanza delle proprie scelte. Per questo l’appello a scegliere con consapevolezza e determinazione quei locali che esporranno la vetrofania “no slot”, piuttosto che altri, è un nostro contributo a rafforzare l’impegno di chi fa scelte coraggiose, meritevoli di essere gratificate. Sono piccoli segnali che aiutano molto a cambiare mentalità già da ora, e che in fondo possono anche avere un’incidenza economica. Mi auguro che col tempo si possa avere qualche sorpresa positiva a riguardo.
Il terreno su cui la discussione va riportata è piuttosto quello della sensibilità sociale, dell’educazione familiare e, perché no, della tensione morale. In questo senso, chi agisce bene ha già in sé la propria ricompensa. So che non è un concetto che va per la maggiore, ma proviamo a pensare cosa avverebbe se tutti lo mettessimo in pratica.
Inoltre, come consumatori è piu che opportuno venire sensibilizzati all’importanza delle proprie scelte. Per questo l’appello a scegliere con consapevolezza e determinazione quei locali che esporranno la vetrofania “no slot”, piuttosto che altri, è un nostro contributo a rafforzare l’impegno di chi fa scelte coraggiose, meritevoli di essere gratificate. Sono piccoli segnali che aiutano molto a cambiare mentalità già da ora, e che in fondo possono anche avere un’incidenza economica. Mi auguro che col tempo si possa avere qualche sorpresa positiva a riguardo.
martedì 8 febbraio 2011
Fine triste e inconsapevole
L'imperatore Carlo V, pochi anni prima di morire, constatato il sostanziale fallimento del suo grandioso progetto di unificare l'Europa cristiana sotto il proprio scettro, diede prova di grande saggezza abdicando e ritirandosi nel monastero di San Jeronimo di Yuste nell'Estremadura, ove praticò la meditazione per prepararsi all'imminente passaggio alla vita eterna. C'è da scommettere che non tutti gli anziani potenti di oggi saprebbero seguire un simile modello, ma qualcuno potrebbe forse trarre ispirazione da esso, cercando di concludere la propria vita in maniera più decorosa e salutare di come non abbia mostrato di saperla trascorrere. Un tempo era naturale che l'approssimarsi della fine spingesse gli uomini ad accentuare la riflessione sul loro destino ultimo, cercando di porre rimedio, quando possibile, agli errori commessi. Oggi sembra più diffusa l'esibizione di un vitalismo sguaiato e tanto più triste, quanto più cerca di distogliere dall'immagine della morte e, con ciò, dalla possibilità di un perfezionamento spirituale, proiettando la persona nello squallore di comportamenti patetici e umilianti, se non palesemente indegni.
Quanto più difficile dev'essere allora la condizione di chi è circondato da uno stuolo di adulatori plaudenti, che lo incoraggiano a perseverare nella dissolutezza, o addirittura da procacciatori interessati di quelli che Pascal definiva i “piaceri impestati”. Sono scelte e fatti privati, per carità. Ma non si troverà mai nessuno che voglia veramente bene a questi sventurati soggetti? Nessuno sarà in grado di esortarli ad un atto di ravvedimento, se non di aperto pentimento, a cambiare rotta in modo significativo? Neanche uno dei tanti sedicenti liberali richiamerà le considerazioni di J. S. Mill sulla libertà dell'esistenza, la quale consiste nel dominare le proprie passioni, non certo nell'esserne dominati? Non ci potrà essere un consigliere onesto, un teologo illuminato, un uomo capace di un atto di vera carità, che osi disturbare il potente con un discorso poco gradito alle sue orecchie intorpidite, che non tema di essere tacciato di fastidioso moralismo dai parassiti che alimentano i vizi del padrone?
Quanto più difficile dev'essere allora la condizione di chi è circondato da uno stuolo di adulatori plaudenti, che lo incoraggiano a perseverare nella dissolutezza, o addirittura da procacciatori interessati di quelli che Pascal definiva i “piaceri impestati”. Sono scelte e fatti privati, per carità. Ma non si troverà mai nessuno che voglia veramente bene a questi sventurati soggetti? Nessuno sarà in grado di esortarli ad un atto di ravvedimento, se non di aperto pentimento, a cambiare rotta in modo significativo? Neanche uno dei tanti sedicenti liberali richiamerà le considerazioni di J. S. Mill sulla libertà dell'esistenza, la quale consiste nel dominare le proprie passioni, non certo nell'esserne dominati? Non ci potrà essere un consigliere onesto, un teologo illuminato, un uomo capace di un atto di vera carità, che osi disturbare il potente con un discorso poco gradito alle sue orecchie intorpidite, che non tema di essere tacciato di fastidioso moralismo dai parassiti che alimentano i vizi del padrone?
sabato 12 luglio 2008
Nothing Is Easy
Ricoprire l'avversario-demonio di insulti, dare una valvola di sfogo alla propria impotenza, far parlare di sé sui media; e insieme denunciare un pericolo reale per la democrazia, opporsi a uno sconcio istituzionale e ad un ulteriore svuotamento delle prerogative parlamentari. Soprattutto dare voce ad un malessere profondo, che non è però quello della maggioranza dei concittadini, in forme scomposte, rispondendo all'arroganza con l'arroganza, alla violenza verbale (larvata, subdola, pervasiva) con la violenza verbale (esplosiva, liberatoria ma assolutamente sterile). Il trionfo dell'antipolitica, che è sempre, indirettamente, un successo per la cattiva politica.
Questo mi sembra sia essere il senso della manifestazione romana dell'8 luglio: il risultato prodotto, al di là delle intenzioni, è semicatastrofico. Politicamente non raggiunge neppure la parità con l'avversario, per l'ulteriore discredito che porta alla causa dell'antiberlusconismo, offrendo forti appigli e giustificazioni alla tendenza di segno opposto. Che non è, lo sappiamo bene, sorretta dalla forza della ragione, dal senso dello stato, dal primato del bene comune, ma da un più banale e primitivo ossequio al capo, consacrato dal popolo, e perciò legittimato a fare ciò che vuole. Non a caso, per effetto delle decisioni prese a colpi di maggioranza, lo si è messo al riparo da ogni imbarazzo giudiziario, come un sovrano assoluto.Bisognava tacere? Al contrario. Ma se non si presta attenzione ai modi e se non si ha veramente a cuore il convincimento di chi ha un'idea diversa, ci si riduce al semplice gettargli in faccia il nostro disprezzo. Si ribadisce la propria debolezza e, insieme, si consente al benpensante di turno di rifugiarsi nelle certezze preconfezionate (il leader buono aggredito da magistrati e piazze comunisti, l'attitudine puramente distruttiva della sinistra, e via dicendo).
Con scontate capacità di previsione, il giorno prima Ernesto Galli della Loggia condannava questo genere di moralismo come “il modo classico in cui la sinistra declina la tendenza all'antipolitica che da sempre, e oggi piu che mai, alligna anche nelle sue file. Laddove la destra è abituata a declinare l'antipolitica nelle forme del disincanto qualunquistico spinto fino al cinismo, la sinistra, invece, l'incanala in quelle dell'eticismo condotto al limite dell'arroganza di tipo razzista”. Di qui il trittico dogmatico consistente nella convinzione di avere in esclusiva il copyright del bene, di dover essere tutti uniti contro il male (assoluto), e di alimentare la purezza con la durezza.Una riflessione in parte condivisibile, ma che rischia, nei toni di molti commentatori, di assolvere frettolosamente molte delle procedure comuni alla pratica politica, sino al piccolo e medio cabotaggio dei compromessi più ignobili. Infatti, nel nostro paese, si dice spesso “moralismo” inglobando in questo concetto anche quello di “moralità”. Raccomandazioni, servilismi, distorsione sistematica dei fatti nell'informazione, accesso a posti attraverso ricatti e/o concessione di favori (sfera sessuale inclusa), evasioni degli obblighi fiscali e disaffezione civica hanno spesso trovato pubblici difensori, beninteso in toni elusivi, tramite ragionamenti indiretti, lamentando in sostanza che gli esseri umani non possono essere santi, che così va da sempre il mondo, eccetera. Una sagra dell'ipocrisia di cui non importa qui elencare i campioni, visto che trovano sempre nuovi emuli.
Si può perciò condannare il moralismo e dichiararne i guasti, ma va fatta estrema attenzione alla facile autoassoluzione che i “furbi” sono prontissimi a costruirsi. Esattamente come l'antipolitica è pericolosa ed ingiusta nel rendere superflua la fatica di pensare, di misurare, di distinguere, e nel condannare chi invece intenda ragionare e dialogare con tutti sul merito dei problemi, è però una faciloneria non innocente anche quella di chi prescinde, sempre e comunque, da considerazioni etiche, da un ideale di giustizia, a volte gettando a mare anche il puro buon senso.
Credo che le passate vicende di un intelligentone politico come D'Alema, nel suo storico confronto con Berlusconi, ne rappresentino la più efficace delle illustrazioni. Se qualcuno non ne fosse convinto mi illustri, per favore, gli straordinari successi ottenuti nel tempo da questa Realpolitik all'amatriciana; quali benefici abbia portato al centrosinistra; quale sensibilità ed efficacia abbia dimostrato in tema di conflitto di interessi e di antitrust mediatico; quale incremento dei consensi nel paese.
Moralità, intelligenza politica e capacità di dialogo onesto sono un connubio difficile da realizzare, è vero. Una strada stretta, che richiede probabilmente più impegno di quanto la classe dirigente che ci ritroviamo sia disposta a concedere. I furbi, classicamente, preferiscono le scorciatoie di ogni genere e il lavoro nell'ombra. Con gli effetti che tutti vediamo.
Questo mi sembra sia essere il senso della manifestazione romana dell'8 luglio: il risultato prodotto, al di là delle intenzioni, è semicatastrofico. Politicamente non raggiunge neppure la parità con l'avversario, per l'ulteriore discredito che porta alla causa dell'antiberlusconismo, offrendo forti appigli e giustificazioni alla tendenza di segno opposto. Che non è, lo sappiamo bene, sorretta dalla forza della ragione, dal senso dello stato, dal primato del bene comune, ma da un più banale e primitivo ossequio al capo, consacrato dal popolo, e perciò legittimato a fare ciò che vuole. Non a caso, per effetto delle decisioni prese a colpi di maggioranza, lo si è messo al riparo da ogni imbarazzo giudiziario, come un sovrano assoluto.Bisognava tacere? Al contrario. Ma se non si presta attenzione ai modi e se non si ha veramente a cuore il convincimento di chi ha un'idea diversa, ci si riduce al semplice gettargli in faccia il nostro disprezzo. Si ribadisce la propria debolezza e, insieme, si consente al benpensante di turno di rifugiarsi nelle certezze preconfezionate (il leader buono aggredito da magistrati e piazze comunisti, l'attitudine puramente distruttiva della sinistra, e via dicendo).
Con scontate capacità di previsione, il giorno prima Ernesto Galli della Loggia condannava questo genere di moralismo come “il modo classico in cui la sinistra declina la tendenza all'antipolitica che da sempre, e oggi piu che mai, alligna anche nelle sue file. Laddove la destra è abituata a declinare l'antipolitica nelle forme del disincanto qualunquistico spinto fino al cinismo, la sinistra, invece, l'incanala in quelle dell'eticismo condotto al limite dell'arroganza di tipo razzista”. Di qui il trittico dogmatico consistente nella convinzione di avere in esclusiva il copyright del bene, di dover essere tutti uniti contro il male (assoluto), e di alimentare la purezza con la durezza.Una riflessione in parte condivisibile, ma che rischia, nei toni di molti commentatori, di assolvere frettolosamente molte delle procedure comuni alla pratica politica, sino al piccolo e medio cabotaggio dei compromessi più ignobili. Infatti, nel nostro paese, si dice spesso “moralismo” inglobando in questo concetto anche quello di “moralità”. Raccomandazioni, servilismi, distorsione sistematica dei fatti nell'informazione, accesso a posti attraverso ricatti e/o concessione di favori (sfera sessuale inclusa), evasioni degli obblighi fiscali e disaffezione civica hanno spesso trovato pubblici difensori, beninteso in toni elusivi, tramite ragionamenti indiretti, lamentando in sostanza che gli esseri umani non possono essere santi, che così va da sempre il mondo, eccetera. Una sagra dell'ipocrisia di cui non importa qui elencare i campioni, visto che trovano sempre nuovi emuli.
Si può perciò condannare il moralismo e dichiararne i guasti, ma va fatta estrema attenzione alla facile autoassoluzione che i “furbi” sono prontissimi a costruirsi. Esattamente come l'antipolitica è pericolosa ed ingiusta nel rendere superflua la fatica di pensare, di misurare, di distinguere, e nel condannare chi invece intenda ragionare e dialogare con tutti sul merito dei problemi, è però una faciloneria non innocente anche quella di chi prescinde, sempre e comunque, da considerazioni etiche, da un ideale di giustizia, a volte gettando a mare anche il puro buon senso.
Credo che le passate vicende di un intelligentone politico come D'Alema, nel suo storico confronto con Berlusconi, ne rappresentino la più efficace delle illustrazioni. Se qualcuno non ne fosse convinto mi illustri, per favore, gli straordinari successi ottenuti nel tempo da questa Realpolitik all'amatriciana; quali benefici abbia portato al centrosinistra; quale sensibilità ed efficacia abbia dimostrato in tema di conflitto di interessi e di antitrust mediatico; quale incremento dei consensi nel paese.
Moralità, intelligenza politica e capacità di dialogo onesto sono un connubio difficile da realizzare, è vero. Una strada stretta, che richiede probabilmente più impegno di quanto la classe dirigente che ci ritroviamo sia disposta a concedere. I furbi, classicamente, preferiscono le scorciatoie di ogni genere e il lavoro nell'ombra. Con gli effetti che tutti vediamo.
martedì 1 luglio 2008
Berlusconi come Socrate v 2.0: punto e daccapo
Già nell’estate del 2002 accoglievo con qualche perplessità la notizia che l’Apologia di Socrate venisse rappresentata in varie città italiane a cura di Marcello Dell’Utri, e fosse stata proposta anche ad un corso di formazione di Forza Italia a Gubbio. In un primo tempo mi era venuto in mente che forse un più opportuno testo classico di riferimento sarebbe stato l’Encomio di Elena di Gorgia. Su una posizione antitetica a quella di Socrate, i sofisti infatti sapevano come trarre d’impaccio, con le loro argomentazioni, anche gli imputati meno difendibili...
Ma presto mi sono riavuto dall’ingenuo stupore, pensando che i semi gettati nell’animo dei convenuti, per giunta in una terra di lupi convertiti, avrebbero prodotto di certo buoni frutti col passare del tempo. Oggi, a distanza di sei anni, e di fronte a norme “blocca processi”, non ne sono più sicuro, anzi mi confermo nell’opinione che – fossimo in un paese normale – questi tentativi scivolerebbero nella farsa, nel disgusto generale. Invece sono serissimamente sostenuti con effetti tragici, più che comici, per chi abbia un minimo senso comune della giustizia. L’esito del voto di aprile (sacro, intangibile, e una volta tanto a prova di brogli) porta alla logica conclusione che questo in Italia non è merce molto diffusa, o è comunque barattato con il primo piatto di lenticchie.
Quello però che appariva più interessante nell’operazione culturale era la manifesta volontà di istituire un paragone tra la figura del filosofo ateniese, primo grande “perseguitato politico” della storia, e gli imputati nei noti processi in corso (forse ancora per poco). Tanto più che lo stesso Dell’Utri – nel frattempo condannato – dichiarava di stare “bevendo la sua cicuta goccia a goccia”.
Un parallelismo toccante, non c’è dubbio, che ieri come oggi fa nascere istintivamente il desiderio di difendere i “buoni” dalle prepotenze dei “cattivi” magistrati. Poiché di animi generosi in Parlamento se ne trovano in quantità (ivi portati da una legge giusta e santa), ecco che si spiega la fioritura di iniziative legislative in soccorso dei perseguitati nello scorso mandato del centrodestra, che non si può dubitare destinata a ripetresi al presente. Ma, contrariamente alle sospettose opinioni di un’opposizione per principio menzognera, si deve notare che questi raffinati intellettuali, sia pure al servizio del Principe, vogliono conformarsi allo spirito socratico. Lo fanno, ovviamente, a modo loro.
Cosa fa, infatti, il filosofo, di fronte alla possibilità di sottrarsi alla condanna con qualche sotterfugio? Immagina che le Leggi, personificate, gli rivolgerebbero un amaro rimprovero quale responsabile della loro dissoluzione e, insieme, anche della distruzione dei legami che reggono lo stato (Critone, 48b-51c). Ciò che il Greco antico individua immediatamente come male esecrabile e colpa che non può trovare perdono.
Dunque la legge va rispettata anche quando ti condanna: atteggiamento considerato nobile, nessuno ne dubita, anche agli occhi degli attuali governanti. Tuttavia essi devono ritenerlo ormai desueto, o almeno palesemente inadeguato a risolvere le necessità del popolo italiano e di un’epoca come la nostra, contrassegnata – come usa dirsi – dalla complessità. Servono strategie più raffinate, che sarebbero apparse incomprensibili alla mentalità ancora primitiva degli antichi. Pare perciò opportuno a questi politici cambiare le leggi che regolano i comportamenti e gli stessi processi, sinceramente convinti della specchiata bontà delle proprie azioni, che possono così diventare il nuovo parametro a cui conformare le regole: soprattutto in tema di conduzione dei processi, di snellimento delle procedure, di affari e di bilanci, cose rispetto alle quali il povero Socrate manifestamente era ignorante...
Temo però che quest’ultimo, con la sua fastidiosa insistenza, sarebbe andato più a fondo della questione. In ultima analisi, gli ardenti sostenitori di una “giustizia più giusta per tutti”, che si adoperano in Parlamento per promulgare leggi atte ad evitare tanti imbarazzi al loro leader, sono fermamente convinti di volere il suo bene. Anzi, di questo amore sono pronti a dare ripetute e sonore manifestazioni in ogni pubblica occasione.
Ecco così emersa la questione: evitare i processi è davvero un bene per Berlusconi (così come per chiunque altro)? La domanda certamente non è oziosa, almeno nel nostro paese, dove il non rispondere delle proprie azioni e “farla franca”, quando possibile, è considerato secondo i casi una positiva manifestazione di fortuna o di abilità personale.
L’anacronistico Socrate ha in verità compianto uomini provvisti di simili attitudini. Ritenuti all’esterno “realizzati” e felici, sembra invece che costoro siano le persone interiormente più miserevoli, in quanto deteriorano in modo irreparabile la propria dignità umana. Perciò risolvere in questa maniera i casi personali fa molto più male che bene ai presunti beneficiati, per tacere del danno arrecato all’ethos civile (Gorgia, 466a-472c).
Inoltre chi compie il male, e non si ravvede, perché non riconosce il proprio errore o anela a sottrarsi alle sue conseguenze con ogni mezzo, ha già in questa sua permanenza nell’errore il più severo dei castighi. Il suo è il destino più infelice: l’illusione offerta dall’ignoranza del bene. Com’è stato affermato in un altro contesto, non senza punti di contatto con la sapienza socratica, “cosa serve a un uomo guadagnare il mondo intero, se perde la sua anima”? Volere veramente il bene di qualcuno (come ad esempio un amico, un figlio) non può significare augurargli di eludere la responsabilità delle sue azioni; semmai dovrebbe essere il contrario. Chi – affetto a sua volta dal male – odiasse infatti un nemico, dovrebbe auspicare precisamente questo. Materia di riflessione, credo, anche per i partecipanti ai prossimi, rinnovati, girotondi...
Ma presto mi sono riavuto dall’ingenuo stupore, pensando che i semi gettati nell’animo dei convenuti, per giunta in una terra di lupi convertiti, avrebbero prodotto di certo buoni frutti col passare del tempo. Oggi, a distanza di sei anni, e di fronte a norme “blocca processi”, non ne sono più sicuro, anzi mi confermo nell’opinione che – fossimo in un paese normale – questi tentativi scivolerebbero nella farsa, nel disgusto generale. Invece sono serissimamente sostenuti con effetti tragici, più che comici, per chi abbia un minimo senso comune della giustizia. L’esito del voto di aprile (sacro, intangibile, e una volta tanto a prova di brogli) porta alla logica conclusione che questo in Italia non è merce molto diffusa, o è comunque barattato con il primo piatto di lenticchie.
Quello però che appariva più interessante nell’operazione culturale era la manifesta volontà di istituire un paragone tra la figura del filosofo ateniese, primo grande “perseguitato politico” della storia, e gli imputati nei noti processi in corso (forse ancora per poco). Tanto più che lo stesso Dell’Utri – nel frattempo condannato – dichiarava di stare “bevendo la sua cicuta goccia a goccia”.
Un parallelismo toccante, non c’è dubbio, che ieri come oggi fa nascere istintivamente il desiderio di difendere i “buoni” dalle prepotenze dei “cattivi” magistrati. Poiché di animi generosi in Parlamento se ne trovano in quantità (ivi portati da una legge giusta e santa), ecco che si spiega la fioritura di iniziative legislative in soccorso dei perseguitati nello scorso mandato del centrodestra, che non si può dubitare destinata a ripetresi al presente. Ma, contrariamente alle sospettose opinioni di un’opposizione per principio menzognera, si deve notare che questi raffinati intellettuali, sia pure al servizio del Principe, vogliono conformarsi allo spirito socratico. Lo fanno, ovviamente, a modo loro.
Cosa fa, infatti, il filosofo, di fronte alla possibilità di sottrarsi alla condanna con qualche sotterfugio? Immagina che le Leggi, personificate, gli rivolgerebbero un amaro rimprovero quale responsabile della loro dissoluzione e, insieme, anche della distruzione dei legami che reggono lo stato (Critone, 48b-51c). Ciò che il Greco antico individua immediatamente come male esecrabile e colpa che non può trovare perdono.
Dunque la legge va rispettata anche quando ti condanna: atteggiamento considerato nobile, nessuno ne dubita, anche agli occhi degli attuali governanti. Tuttavia essi devono ritenerlo ormai desueto, o almeno palesemente inadeguato a risolvere le necessità del popolo italiano e di un’epoca come la nostra, contrassegnata – come usa dirsi – dalla complessità. Servono strategie più raffinate, che sarebbero apparse incomprensibili alla mentalità ancora primitiva degli antichi. Pare perciò opportuno a questi politici cambiare le leggi che regolano i comportamenti e gli stessi processi, sinceramente convinti della specchiata bontà delle proprie azioni, che possono così diventare il nuovo parametro a cui conformare le regole: soprattutto in tema di conduzione dei processi, di snellimento delle procedure, di affari e di bilanci, cose rispetto alle quali il povero Socrate manifestamente era ignorante...
Temo però che quest’ultimo, con la sua fastidiosa insistenza, sarebbe andato più a fondo della questione. In ultima analisi, gli ardenti sostenitori di una “giustizia più giusta per tutti”, che si adoperano in Parlamento per promulgare leggi atte ad evitare tanti imbarazzi al loro leader, sono fermamente convinti di volere il suo bene. Anzi, di questo amore sono pronti a dare ripetute e sonore manifestazioni in ogni pubblica occasione.
Ecco così emersa la questione: evitare i processi è davvero un bene per Berlusconi (così come per chiunque altro)? La domanda certamente non è oziosa, almeno nel nostro paese, dove il non rispondere delle proprie azioni e “farla franca”, quando possibile, è considerato secondo i casi una positiva manifestazione di fortuna o di abilità personale.
L’anacronistico Socrate ha in verità compianto uomini provvisti di simili attitudini. Ritenuti all’esterno “realizzati” e felici, sembra invece che costoro siano le persone interiormente più miserevoli, in quanto deteriorano in modo irreparabile la propria dignità umana. Perciò risolvere in questa maniera i casi personali fa molto più male che bene ai presunti beneficiati, per tacere del danno arrecato all’ethos civile (Gorgia, 466a-472c).
Inoltre chi compie il male, e non si ravvede, perché non riconosce il proprio errore o anela a sottrarsi alle sue conseguenze con ogni mezzo, ha già in questa sua permanenza nell’errore il più severo dei castighi. Il suo è il destino più infelice: l’illusione offerta dall’ignoranza del bene. Com’è stato affermato in un altro contesto, non senza punti di contatto con la sapienza socratica, “cosa serve a un uomo guadagnare il mondo intero, se perde la sua anima”? Volere veramente il bene di qualcuno (come ad esempio un amico, un figlio) non può significare augurargli di eludere la responsabilità delle sue azioni; semmai dovrebbe essere il contrario. Chi – affetto a sua volta dal male – odiasse infatti un nemico, dovrebbe auspicare precisamente questo. Materia di riflessione, credo, anche per i partecipanti ai prossimi, rinnovati, girotondi...
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