Albrecht Dürer, Navis Stultorum (in S. Brant, Narrenschiff - 1497)
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giovedì 4 settembre 2008

Viva i furbi

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Il mondo, dicono in molti, appartiene ai furbi. O forse solo l’Italia, ma per noi fa lo stesso. Perché mai dovrebbe fare eccezione una rampante donna in carriera, passata con rapidità vertiginosa da un’avvocatura mai esercitata (perché sostituita dalla passione politica) alla poltrona ministeriale?
La ministra Gelmini, attuale titolare dell’Istruzione, a suo tempo si era infatti premurata di ottenere la prescritta abilitazione da avvocato tramite l’esame di Stato. Da prima della classe, non averebbe certo dovuto temere l’impegno della prova. Eppure... come resistere nel 2001 alla tentazione di emigrare temporaneamente da Brescia a Reggio Calabria per approfittare di una risaputa condiscendenza? Perché lasciare i ragazzi meriodionali soli ad approfittare di tanta bonarietà? E come avrebbe potuto prevedere, allora, la spregiudicata beniamina di Berlusconi che a distanza di non troppi anni avrebbe assunto i panni della moralizzatrice nei confronti dell’istruzione al Sud, giudicata non senza fondamento scadente nei risultati (ma incolpando prevalentemente, salvo rimangiarsi le parole, l’operato dei soli docenti) ed evidentemente lassista?
Aveva bisogno di lavorare, dice ora Gelmini a mo’ di giustificazione, perché la famiglia “non poteva permettersi di mantenerla troppo a lungo agli studi”. Motivazione quantomeno disinvolta, visto che gli studi erano da tempo terminati e semmai si stava svolgendo il praticantato. E non del tutto coerente, se si pensa che il tipico “post-studente bisognoso” non sottrae tempo al lavoro, o alla sua ricerca, per darsi all’attività politica a tempo pieno, come la nostra ha fatto da subito, comprendendo che le sarebbe di gran lunga convenuto. Insomma, scuse poco logiche, che però il grande pubblico non analizza come tali, preferendo, ne siamo certi, simpatizzare con la (presunta e sedicente) “ragazza povera”.
Visto questo sfortunato precedente, in futuro ci sarebbe da augurarsi che la suddetta ci diletti cimentandosi anche in invettive contro le raccomandazioni, oppure in denunce del servilismo, o ancora in filippiche contro le tendenze truffaldine. Tutti mali che affliggono la società e la politica italiane (e magari anche una piccola parte della burocrazia scolastica) e che meritano di essere denunciati da un’alta cattedra. Sempre che poi qualche indagatore scrupoloso, come in questo caso, non sveli gli altarini: e forse proprio in questo starebbe l’amaro divertimento.
Comunque non vi sono da temere ripercussioni di sorta per un tal genere di infortuni: anzi, in un paese il cui Parlamento rigurgita di inquisiti e condannati, questa “innocente furberia” rappresenta certamente un titolo di merito che vivacizza il curriculum ed iscrive a pieno titolo al vertice della casta: quello, appunto, occupato dai furbi. Né vi è da temere qualche futura penalizzazione elettorale dei medesimi, come sanno bene gli elettori comaschi (a titolo d’esempio) che hanno visto sempre in sella, e riconfermato come assessore, addirittura un condannato per esercizio abusivo della professione medica...

martedì 8 luglio 2008

Campane di vetro

Esami di stato 2008. Assistiamo ad un'altra geniale trovata (forse partorita dalla stessa mente di funzionario che ha formulato le prove di Italiano): i voti finali non sono più resi pubblici. Tutti i candidati possono leggere unicamente se l'esito è stato “positivo” o meno. Per conoscere il dettaglio più importante, il punteggio, si devono recare alla segreteria della scuola e presentare regolare domanda. Inutili code e perdite di tempo, ore-lavoro e carta sprecati, un alone di riservatezza che confina con l'omertà: e tutto questo in nome di cosa? Di un paradossale senso della privacy? Della tutela di una psiche fragilissima che non sopporterebbe il confronto con i voti dei compagni di classe? A parte che, in tal modo, sui tabelloni si dà ancora maggiore risalto all'esito negativo rispetto alla pubblicazione del punteggio, stiamo rapidamente abituandoci ad un deficit di trasparenza nelle comunicazioni degli esiti che rischia di innescare effetti controproducenti.
Come se il confronto avesse una funzione depressiva, anziché di stimolo. Come se il merito fosse di per sé un elemento da mantenere riservato, per non nuocere all'autostima altrui. Come se i cittadini, a cominciare dall'età scolare, andassero assuefatti all'idea di non dover rendere conto pubblicamente di quanto avviene nei contesti pubblici.
O, magari, per convalidare l'impressione che un arbitrio nascosto, o una classicissima raccomandazione, siano ben più efficaci, nel sistema italiano, rispetto alle capacità effettive. In effetti, nel mondo anglosassone, così attento al tema del rispetto della sfera privata, simili parossismi sono del tutto sconosciuti. Si dà per scontato che la sfera pubblica sia trasparente in ogni suo aspetto. Per non dire del ruolo investigativo della stampa, che con tutti i suoi limiti è a distanze siderali da quella italiana, e non si limita certo allo stillicidio delle intercettazioni telefoniche, cioè a guardare dal buco della serratura.
Da noi accade l'inverso. A quando, dunque, il mistero anche sull'esito dei concorsi pubblici, così da riempire ben bene di fumo la campana di vetro?