Albrecht Dürer, Navis Stultorum (in S. Brant, Narrenschiff - 1497)

mercoledì 2 settembre 2009

Istruzione e tabacchi

Come ogni anno, avvicinandosi l'inzio delle lezioni, puntualmente l'informazione moltiplica i "servizi", specie televisivi, che descrivono in termini preoccupati l'impegno economico affrontato dalle famiglie per l'acquisto dei corredi scolastici. Nessuno nega che i bilanci domestici richiedano un'attenta osservazione, ancor più in tempi di crisi, e che i consumatori vadano tutelati da eventuali ingiusti rincari, ma siamo sicuri che una parte importante non la giochi pure l'ossessione dell'acquisto di zaini firmati, accessori alla moda ed altri orpelli? Inoltre, dati alla mano, sarebbe opportuno riflettere un poco. Le ultime rilevazioni Istat ci dicono che la spesa per l’istruzione delle famiglie italiane tra il 2006 e il 2008 è leggermente diminuita: su una spesa media mensile complessiva di 2.485 euro, la famiglia media sembra dedicare all’educazione soltanto l’1%, risultando in calo rispetto al 2006 dello 0,1% e stabile rispetto al 2007. Ciò in pratica significa che la spesa mensile nel 2006 era di 27 euro, diventati nel 2007 e 2008 “solo” 25 euro.
Ovviamente le statistiche si prestano a differenti letture e non possono corrispondere in maniera precisa al vissuto quotidiano. Resta il fatto che tra i beni di consumo l'istruzione occupa, nella media nazionale, il penultimo posto fra le spese mensili delle famiglie, seguita soltanto da quelle per... consumo di tabacchi. Anzi, in Campania, Sicilia, Abruzzo, Sardegna e Lazio questa spesa sopravanza quella scolastica, mentre in Toscana, Piemonte e Val d’Aosta si spende in tabacchi quanto in istruzione. È solo un dato simbolico? O non si può ritenere una misura concretissima di quanto l'istruzione venga realmente valutata nel nostro paese? Si penserà davvero ad essa come un investimento primario per il futuro delle persone, oppure la si considera un fastidioso pedaggio da pagare, ma che non ha grande legame con la vita adulta, per la quale privilegiare magari consorterie e raccomandazioni, anziché il possesso di reali competenze acquisite con lo studio? Chissà: è verosimile che le risposte siano anche molto diverse, a seconda delle coscienze individuali. Però è certo che per contrastare il declino di una collettività, per mantenerne la capacità di essere competitiva sugli scenari internazionali, scelte di questo tipo non mancano di avere il loro peso e di determinare conseguenze di lungo periodo.
Tornando ai costi per le famiglie, chissà che l'Amministrazione Comunale non decida finalmente di dare applicazione a quanto è stato deliberato pochi mesi or sono dal Consiglio, per coprire almeno le spese dei libri di testo degli studenti delle scuole medie di Como. O è considerato normale non dare corso a quanto viene approvato a maggioranza nelle assemblee elette dai cittadini?

venerdì 21 agosto 2009

Il progresso civile e scientifico? Tutto nel dialetto

Curruptissima respublica plurimae leges: le leggi sono moltissime quando lo stato è corrottissimo, secondo il parere dei nostri progenitori, espresso nel dialetto di allora. Deve averne voluto dare l’ennesima conferma quel capo partito che si è sentito in dovere di proporre una introduzione a scuola dei dialetti come materia obbligatoria. C’è chi liquida queste esternazioni come propaganda ferragostana, buona giusta a far parlare di sé in mancanza di meglio, e anch’io avrei fatto lo stesso se non mi avesse colpito e toccato il ricordo proposto dall’interessato a suffragio della sua tesi. In tempi ormai lontani, il pargolo fu richiamato dal professore che gli correggeva le espressioni dialettali presenti nei temi d’Italiano. In sua difesa si eresse il genitore, replicando piccato al docente che “se non gli piaceva il nostro dialetto, poteva fare le valigie e tornarsene a casa”. Splendido apologo, come avrebbe detto Tasso: “se non è vero, è ben trovato”.
Davvero, non saprei se essere più commosso dalla solidarietà tra consanguinei o da quella tra ignoranti intenzionali ed arroganti, sia detto senza offesa (absit iniuria verbis, secondo la lezione di quel più antico linguaggio). Niente contro il dialetto, per carità, che ben volentieri vedo studiato e valorizzato da chi ne ha l’interesse. Ma utilizzarlo contro il corretto uso della lingua italiana sembra un po’ eccessivo. Quale sarebbe il dovere dell’insegnante di una specifica disciplina? Forse trascurare di insegnarne le regole e di pretenderne la corretta applicazione? E a che scopo, allora, recarsi a lezione d’Italiano (o di Matematica, di Scienze, fate vobis)? Vediamo bene quale sia il reale livello d’insegnamento in molte aree del Mezzogiorno, in parte dovuto anche a questo genere di trascuratezza: si auspica forse che le nostre latitudini siano sempre più popolate di somaroni che comunicano stentatamente, in una quasi totale confusione semantica? Capisco che i particolarismi esasperati giovino a supportare una rozza ideologia e a carpire voti agli sprovveduti, ma non riesco proprio a convincermi che giovino al progresso del nostro povero Paese, di fronte ad una concorrenza internazionale sempre più accentuata, che richiede semmai competenze comunicative in grado di valicare le frontiere, non di erigerne di nuove.
Attendiamo dunque senza alcuna impazienza che la scuola subisca questa ennesima dequalificazione, con il placet già annunciato del relativo ministro, che fin qui ha peraltro avuto come prima cura – e lo vedranno le famiglie – quella di ridurre drasticamente materie ed orari dei licei per gli anni che verranno, tanto per renedere chiaro che in Italia l’investimento in cultura non è affatto priorità della politica, al di là dei proclami. Finché la barca va, sembra essere la massima espressione di consapevolezza espressa da tutti questi atti. E poi?

giovedì 16 luglio 2009

Il parlamento (a servizio del popolo) scongiura il pericolo della class action

Finalmente Roberto Antonione. potrà asciugare le lacrime versate nel novembre del 2007, quando, da senatore di FI, sbagliò a votare e permise l'approvazione della legge sulla “class action” voluta dal governo di centrosinistra. Com'è noto, questo è uno strumento processuale che consente a una pluralità di soggetti che intendano far valere un diritto - siano essi consumatori o utenti di un certo servizio - di adire l’autorità giudiziaria con un’unica causa i cui esiti si riflettano su tutta la categoria.
La nuova maggioranza, di centrodestra, dopo aver sospeso l'efficacia della norma, ne ha ora approvato in Senato una versione modificata, producendo una vera e propria legge beffa. Anzitutto, grazie a un emendamento di Alberto Balboni del Pdl, è esclusa la retroattività: ad esempio non si potranno intentare azioni collettive contro la Parmalat, la Cirio e le banche dei bond argentini, con buona pace dei proclami che la politica ha prodotto per mesi ed anni. Non è previsto nessun ruolo per le associazioni dei consumatori, come invece avviene in tutta Europa; del resto proprio l'UE sta avviando una class action transfrontaliera, ossia capace di varcare i confini nazionali, in cui queste associazioni hanno un ruolo legittimato e riconosciuto. Al contrario, chi vuole far parte di un’azione collettiva in Italia deve ora presentarsi singolarmente, col rischio, quasi certo, di intasare e paralizzare tribunali e segreterie, sbagliare le procedure e creare confusione, come hanno spiegato i presidenti di tutte le principali unioni di consumatori.
Gli utenti che intraprendessero un'azione collettiva contro una grande azienda con motivazioni in seguito ritenute invalide, sono minacciati non solo dal rimborso delle spese giudiziarie, ma anche dal risarcimento di un fantomatico “danno punitivo” apportato alla controparte. Si noti che non vale però il contrario. Non basta: i consumatori ricorrenti dovrebbero dimostrare anche di avere un interesse “identico”. Di proposito non si adopera il termine “omogeneo”. Qual è la differenza? Che le richieste di risarcimento devono appunto essere identiche. Com'è possibile, se, per fare un esempio, ogni danneggiato Cirio o Parmalat ha sottoscritto le obbligazioni in tempi diversi e investito una somma diversa?
Perché chi ci governa non comprende che i diritti dei consumatori sono sempre più intrecciati alla salute pubblica, alla sicurezza, alla difesa dell'ambiente, alla qualità della nostra vita? Quali sono i veri interessi che si vogliono difendere con simili provvedimenti?

domenica 28 giugno 2009

Agonia di una (pessima) amministrazione

Cosa succede a Como? Nell'arco di un solo giorno apprendiamo che l'intera operazione Ticosa è in grave pericolo (i ritardi dovuti alla mancata bonifica dell'amianto sono definiti "insostenibili" da Multi); che per le dissestate strade comunali l'Assessore riduce il budget di cinque volte, così che la maggior parte delle buche rimarrà e si ingrandirà (tanto, sono le nostre auto ad andarci di mezzo); che la realizzazione della tangenziale nei capoluoghi vicini è garantita, ma a Como no, o si riduce drasticamente (dopo che gli stanziamenti sono stati ripetutamente garantiti da una pletora di politici, anche romani e milanesi); infine, ciliegina sulla torta, che il vicesindaco viene rinviato a giudizio per una serie di rimborsi indebitamente percepiti.
Già di per sé, senza considerare tante altre magagne susseguitesi nei mesi passati, questa è una situazione terribilmente preoccupante. Sarà dovuta a sfavorevoli congiunture astrali? Sarà la "crisi mondiale" che improvvisamente ha deciso di scatenarsi con inaudita violenza proprio a Como? Per fortuna i politici responsabili non hanno (ancora) dichiarato che si tratta di una bieca congiura alimentata dai giornali. Su alcuni dei quali possiamo leggere, nei loro confronti, motivate accuse di superficialità, sicumera, scarsa competenza. Alle quali verrebbe da aggiungere quelle di costante insensibilità nei confronti dei cittadini (nella vicenda del cedro, ma non solo) e soprattutto di un'implacabile rissosità, degna di una guerra per bande, con l'attività paralizzata per mesi dalla pretesa di rimpasti in Giunta, peraltro rivelatisi del tutto inutili a placare appetiti ed animosità; cosicché il Sindaco già annuncia di essere pronto a fare le valigie, per accomodarsi con largo anticipo su di una confortevole poltrona regionale.
La misura non è mai colma? Feste, fuochi d'artificio e discorsi da imbonitori, all'amministrazione del centrodestra, non sono mai mancati. I risultati pratici, al contrario, sono estremamente scarsi e testimoniano un'assenza pressoché assoluta di visione, di concepire credibilmente un futuro che non consegni la città al totale declino. Ciò in cui gli elettori comaschi hanno creduto per anni, si rivela con evidenza nient'altro che un mito: quello di un'efficienza amministrativa continuamente strombazzata come appartenente al DNA del centrodestra locale e pregiudizialmente negata alla parte politica avversa, senza che ci sia mai stato uno straccio di controprova.
La democrazia dell'alternanza, come mostra l'esperienza dei paesi più civili, ha diversi vantaggi, in primo luogo quello di mandare a casa chi ci ha deluso, affinché cerchi di migliorarsi, riflettendo sugli errori, smettendo i panni dell'arroganza e tornando a considerare gli interessi veri della città, non quelli delle consorterie. Invece, mantenere le situazioni bloccate e regalare conferme "a scatola chiusa", con i paraocchi dell'ideologia, genera solo effetti perversi, proprio come quelli che sono in questi giorni sotto gli occhi di tutti. Potrà un giorno questo principio elementare divenire senso comune? In caso contrario, vorrà dire che quei mali che tutti oggi denunciano ce li siamo proprio andati a cercare.

mercoledì 17 giugno 2009

Il passo del gambero

Si è mai vista una banca o un'assicurazione votare in Parlamento? Noi elettori abbiamo mai dato mandato ai rappresentanti del popolo di tutelare gli interessi di monopoli, cartelli, organizzazioni consociative al posto di quelli della "gente" di cui tutti si riempiono la bocca in campagna elettorale? Per gli eletti il mantenimento dei privilegi corporativi viene forse prima della difesa dei cittadini? Queste domande sorgono spontanee dopo la lettura della relazione annuale del presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, presentata lo scorso 16 giugno.
L'attività delle Camere, infatti, registra uno "stillicidio di iniziative volto a restaurare gli equilibri del passato, a detrimento dei consumatori", e così, anziché adeguarsi alle normative già approvate, i monopolisti fanno finta di nulla e resistono, certi che qualche azione compiacente li esimerà dal cambiare le antiche abitudini e che i costi della recessione graveranno interamente sulle nostre spalle.
Che in Italia la modernizzazione del quadro giuridico in senso favorevole alla libera concorrenza stenti ad affermarsi è sotto gli occhi di tutti: basterebbe rammentare le alzate di scudi contro il povero Bersani nella passata legislatura e contemplare la colpevole inerzia in proposito di quella presente. Nel paese è anzi in atto un tentativo di tornare indietro rispetto alle pur timide conquiste ottenute dai consumatori, con grave pregiudizio della nostra competitività futura, seppur con grande convenienza per le rendite di posizione e le corporazioni.
Com'è possibile che non pochi "onorevoli" (le virgolette sono d'obbligo) sentano il bisogno, come sta avvenendo, di abolire le parafarmacie, colpevoli di praticare modesti sconti sui farmaci da banco, oppure di cancellare la facoltà di recesso annuale nel settore assicurativo? Perché per la legge sulla "class action" il rinvio voluto dal Governo non è servito a nulla, e si profila piuttosto un suo peggioramento?
È pur vero che dovremmo essere abituati al peggio: i politici sedicenti fautori del liberismo economico, in Italia, hanno manifestato nei fatti atteggiamenti spesso risibili e contraddittori, sino ad invocare un protezionismo più o meno spinto con la scusa di "affrontare la crisi". Ma quale può essere la vera ragione per cui non si vuole modernizzare il paese sotto questo aspetto e invece, secondo il messaggio dell'Authority, si tende a invertire il cammino? Perché a suo tempo non ci hanno fatto leggere nei loro programmi elettorali questa volontà di restaurare l'antico, di garantire i privilegi di pochi grandi gruppi e potentati economici? Ripeto, li abbiamo eletti per farci tutelare o per farci turlupinare? 

giovedì 4 giugno 2009

Il Nobel per l'economia a Bossi e Tremonti. Risolto il problema della povertà nel Sud del mondo

Nei suoi comizi nel lodigiano Umberto Bossi ha appena rilanciato uno degli slogan più antichi della Lega: "Aiutarli a casa loro". "Loro", ovviamente, sono gli abitanti dei paesi poveri: di concerto con Tremonti, l'ineffabile statista ed economista lancia "l'idea che si possa aggiungere l'uno per cento ad alcuni articoli di grande consumo. Chi va a comprare, potrà scegliere se comprare quelli oppure le stesse cose a prezzo normale". Il ricavato della vendita a prezzo maggiorato dovrebbe confluire in un fondo "che serve appunto a realizzare quello che serve nei paesi da cui provengono gli immigrati". Apprendiamo poi dalla voce di Giorgetti che su questo progetto il duo Bossi-Tremonti aveva già cominciato a lavorare qualche anno fa.
Occorre proprio pensare tanto, per formulare una proposta di tal genere. Il risultato è notevole: dopo grandi sforzi, si è finalmente trovato un modo per aiutare i paesi in via di sviluppo. Nessuno di noi avrebbe mai saputo, altrimenti, come sostenere concretamente progetti di aiuto, magari attraverso ONG, associazioni di volontariato, padri missionari e simili. Invece, a quanto pare, c'è assoluto bisogno di un fondo burocratico a gestione statale, alimentato con i contributi volontari dei consumatori. Quanto volentieri gli stessi consumatori si disporranno a partecipare, in questo momento di crisi evidente e di bilanci familiari ridotti all'osso, è facile immaginare.
Ma la causa, si dirà, è altamente benefica. Lo è indubbiamente. Proprio per questo, la proposta dei due luminari dell'economia planetaria si evidenzia come l'ennesima baggianata cui i politici italiani fanno ricorso quando non sanno mantenere le promesse, offensiva per l'intelligenza degli elettori e ancor più per la miseria dei popoli indigenti. Gli impegni ufficiali suonavano, già dal precedente governo del centrodestra, come un impegno a destinare lo 0,33% del Pil all'aiuto allo sviluppo entro il 2006. Ebbene, con i tagli delle finanziarie di Tremonti, la percentuale destinata dall'Italia alla cooperazione era scesa dallo 0,17% allo 0,11%, poi risalita un poco (per “colpa” di Prodi), e attualmente attestata attorno allo 0,15%, dato anche che le quote continuano a essere falsate dalla contabilizzazione della cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo; in termini reali, c'è stata una riduzione di 100 milioni di dollari sui valori per l’aiuto pubblico allo sviluppo nel solo periodo 2007-2008. Prendendo in considerazione gli impegni presi nel passato, si tratta di un buco stimabile in 3 miliardi di dollari sino ad ora, che si traducono in mancata assistenza a milioni di persone che hanno bisogno di cibo, acqua, istruzione e educazione.
Chi è in grado di sapere perché tale quota si sia costantemente ridotta, anziché aumentare? Noi non potremmo scommettere esattamente se i soldi mancanti siano andati a coprire i buchi milionari di Alitalia, o del comune di Catania, o per un rivolo di altri sprechi minori legati ai privilegi della casta. Sappiamo solo che ora vengono a raccontarci che dovremmo essere noi, con un modesto aggravio sulla spesa quotidiana, a fornire a uno stato sprecone i soldi per una doverosa opera di solidarietà. Personalmente rispondo che fornire alibi a chi non sa amministrare, e ha sinora costantemente ridotto gli impegni di solidarietà internazionale, non è compito mio. Pago già ampiamente le tasse dovute, e mi spaventa non poco l'idea di nuovi "calderoni" in cui una parte cospicua del denaro eventualmente raccolto se ne andrà, per usare un gentile eufemismo, in consigli di amministrazione e "spese di gestione". Per "aiutarli a casa loro" ci sono già numerose organizzazioni non governative, in genere molto più affidabili: sarà un caso che anche a loro, da qualche anno in qua, il governo abbia lesinato sempre più contributi ed agevolazioni?

venerdì 22 maggio 2009

I perseguitati

Gli studenti hanno il diritto di criticare le valutazioni date dagli insegnanti? Certamente, almeno tanto quanto gli imputati che nel nostro paese sono liberi di criticare i giudici dei propri processi. Ma proviamo a immaginare: e se qualche studente un po' scapestrato andasse oltre, cominciando anche a denunciare complotti orditi dai docenti nei suoi confronti? Definendosi perseguitato da coloro che applicano le regole a suo sfavore? Dichiarando ingiusta la stessa possibilità di un'eventuale bocciatura? Pieni di comprensione per le sue disgrazie, non vorremmo magari concedergli di riscrivere le norme a suo piacimento, di scegliersi un collegio di valutazione più compiacente, di fare e disfare l'istituzione scolastica come più gli aggrada? O piuttosto non saremmo portati a considerare tale atteggiamento come un misero trucco per coprire le proprie effettive manchevolezze e responsabilità?
Spero che le ennesime, recenti piazzate dell'“uomo più perseguitato d'Italia” (come lo ha definito un suo sostenitore), volte a gettare fango sulla magistratura e insieme a svuotare il Parlamento di una piena legittimità, in quanto “inutile e controproducente”, non inducano simili progetti nella mente di qualche nostro futuro allievo. La possibilità di abusi di potere, ovviamente, non si può mai escludere. Ma quando, ogni volta che ci vien dato torto da chi ha le competenze professionali per farlo, con una rigorosa applicazione delle procedure, gridiamo al tentativo di “farci fuori”, è forse più plausibile pensare ad un grossolano tentativo di sviare l'attenzione e di delegittimare chi è preposto al giudizio. Come farebbe un qualsiasi Gianburrasca, ammiccando al “popolo” in campagna elettorale: ce l'hanno con me, che dopotutto sono “uno di voi”.
Sia ben chiaro, peraltro, che in questi frangenti la tesi della sua innocenza mi ha definitivamente conquistato, ma per tutt'altre ragioni. Quest'uomo infatti l'ha più volte dichiarata con solenni giuramenti sulla testa dei propri figli. Ora, dato che non si è mai visto spalancarsi alcun abisso infernale per inghiottire i poveretti, ogni cittadino di buon senso concluderà con me che questo è un argomento ben più conclusivo di quelli che si esaminano nelle aule di giustizia...

domenica 10 maggio 2009

Il peso delle parole

Posti separati per i milanesi sui mezzi pubblici locali, ha chiesto il leghista Salvini. Che poi corregge il tiro, convalidando l'interpretazione berlusconiana: si trattava “solo” di una battuta. Anche a Como, peraltro, si sono presentati volenterosi interpreti di questa linea, tra cui un assessore che ha chiosato: è una provocazione opportuna, per far capire alla gente il grave problema rappresentato dalla presenza degli immigrati tra noi. Sono dunque esagerati i timori di chi ha interpretato queste parole come l'indicazione di un crescente razzismo diffuso nella società italiana? Occorre accettarle come elementi normali della dialettica fra le parti?
Tutto dipende dal valore che diamo alle parole, in particolare dall'abitudine a considerarle funzionali al consueto, benché logoro, teatrino della politica. Il quale però è in grado di influenzare la mentalità collettiva, creando una sorta di assuefazione a sparate di volta in volta più grossolane e proterve. Tra l'altro, negli anni ci è toccato sentire di proiettili pronti per i magistrati, di decine di migliaia di bergamaschi armati pronti ad entrare in azione, di un uso improprio ed offensivo del tricolore, senza considerare una infinita serie di istigazioni, se non alla violenza diretta, quantomeno alla “cattiveria”.
Sempre più spesso si lancia il sasso, si valutano le reazioni, si ammicca in modo compiacente alle sensibilità più rozze, poi ci si giustifica dicendo che si voleva suscitare un dibattito o che erano semplici battute.
Com'è possibile considerare queste frasi come garbate provocazioni, destinate magari a stimolare nel Paese una riflessione costruttiva, facendo crescere la nostra coscienza civile e la cultura del diritto? Se le parole sono “leggere”, pronte ad assumere ogni significato e a piegarsi a qualsiasi uso, se i politici sono autorizzati a dire qualunque assurdità in nome della conquista del consenso, se è ottima cosa stimolare paure ed istinti atavici al posto del ragionamento, allora nulla da dire, continuino pure su questo registro, che ha dimostrato di saper produrre splendidi risultati in passato. Quale storico infatti negherebbe che Hitler sia asceso al potere anche per la popolarità di certe sue parole d'ordine? E come non considerare il sano attaccamento alla “tradizione degli avi” da parte del Ku Klux Klan negli USA e dei segregazionisti in generale? Gente, per inciso, che sapeva bene come si mettono in atto le “provocazioni”. Con i risultati che tutti conosciamo.

giovedì 23 aprile 2009

Il risparmio energetico è per gli altri. Noi siamo più furbi

Poteva il nostro sensibilissimo governo di centrodestra restare inerte dinanzi alla "giornata della terra"? Certo che no! Infatti nella Commissione Industria del Senato è appena stato approvato un emendamento della maggioranza che toglie il divieto di commercializzare dal 2010 elettrodomestici di classe energetica inferiore alla classe A e dal 2011 di lampadine ad incandescenza: quello varato dal precedente governo Prodi. Di energia in Italia ce n'è da sprecare, evidentemente, e poi tra breve (giorni o al massimo settimane) produrremo energia nucleare pulitissima, economicissima, sicurissima...
Il provvedimento anti-ecologico viene preso proprio mentre è in corso il vertice del G8 Ambiente di Siracusa. Mentre in Europa, e con Obama anche in Usa, si è finalmente capito che le tecnologie verdi e l'efficienza energetica sono il più opportuno strumento anticrisi, per rilanciare le nostre economie, il centrodestra italiano (che già si è messo in evidenza agli occhi del mondo approvando in Senato un'assurda mozione negazionista sui cambiamenti climatici in cui si affermava tra l'altro che il riscaldamento globale non esiste), prosegue con la sua passione per le misure di retroguardia, mentre su di un altro fronte cerca a più riprese di consentire una caccia sempre meno controllata, anche a vantaggio delle lobby produttrici di armi.
Sono operanti forti interessi economici degli "amici", certamente, ma anche un vecchio riflesso condizionato a pensare con fastidio a tutte le preoccupazioni ambientali, derubricate evidentemente nella categoria "lacci e lacciuoli".
Oltre ad infischiarsene bellamente del pianeta che lasceremo ai nostri figli, questi ultimi geniali provvedimenti penalizzano proprio l'industria italiana, che in particolare nel settore degli elettrodomestici è all'avanguardia nei modelli ad alta efficienza: il divieto a vendere lavatrici, lavastoviglie e frigoriferi di vecchia generazione rappresenterebbe infatti per le nostre imprese un oggettivo vantaggio competitivo.

mercoledì 15 aprile 2009

Calderoli colpisce ancora

Onore all'estensore primo della legge-porcata in materia elettorale, il ministro Calderoli (non è un ossimoro, è la nostra realtà politica...) che si erge a difensore della democrazia minacciata... dal referendum. Salta agli occhi di tutti che, se un referendum non garba a lui, ipso facto è cosa antidemocratica.
Come afferma il giurista Giovanni Guzzetta, ''La sua sedicente interpretazione costituzionale circa l'illegittimita' dell'abbinamento del referendum alle elezioni del 7 giugno non meriterebbe nemmeno un commento, se provenisse da uno studente di giurisprudenza: basterebbe bocciarlo. Purtroppo proviene da un ministro, il quale ignora il fatto che non esista alcun diritto alla segretezza dell'astensione, essendo l'astensione un fatto pubblico, di cui e' data notizia nei registri elettorali".
La realtà è che questo referendum non va tanto posto a carico di coloro che hanno redatto e proposto i quesiti, ma soprattutto va celebrato tenendo conto degli oltre 821 mila cittadini che l'hanno firmato e di tutti i cittadini, che hanno e devono avere il diritto di esprimere il proprio voto in proposito, senza i sotterfugi e gli sgambetti che vorrebbe imporre loro Calderoli, facendo ritornare gli elettori più volte alle urne nel giro di pochi giorni. Bell'esempio, quello dei politici che esortano a non andare a votare, a boicottare questa o quella consultazione. Soprattutto è un autogol clamoroso quello della "Lega sprecona", secondo la quale potremmo permetterci di buttare quasi 400 mila euro dalla finestra per compiacere lorsignori, diventati evidentemente, con l'abitudine al potere, molto più "romani" e membri della "casta" di quanto non farebbe loro piacere ammettere.

sabato 4 aprile 2009

Evviva il protagonismo

Bisogna riconoscerlo: Berlusconi ha vinto un'altra volta. Se non già sul piano dei risultati elettorali, su quello del metodo. È noto che egli intende presentarsi capolista in molti, forse tutti i collegi alle elezioni europee, pur nella certezza di non poter svolgere il mandato nel parlamento dell'Unione neppure per un giorno. Il principio, che agli ingenui come il sottoscritto appare incontestabile, per cui candidarsi in questo modo equivale ad una distorsione del sistema democratico, ad una presa in giro degli elettori (si tratti di candidati di destra o di sinistra) è però contestato anche da due paladini dell'antiberlusconismo, che mostrano di essere fin troppo simili all'oggetto delle loro reprimende.
Di Pietro e Vendola, certi come sono di non poter passare a Strasburgo o a Bruxelles più di un week-end turistico, non per questo si astengono dall'annunciare a loro volta la propria candidatura, prima ancora di formulare programmi o scelte strategiche. A leggere le motivazioni di Vendola, poi, c'è da restare di stucco: questi esalta la “personalizzazione” e l'”americanizzazione” della politica ed afferma che “il tema delle incompatibilità non può pregiudicare le prerogative della politica”, che le contestazioni sono “incomprensibili” e che lui è uscito dalla sua vecchia casa comunista proprio “per non rimanere prigioniero di un mondo in consunzione”.
Bel rinnovamento, non c'è che dire. Se questi marpioni della politica, di sinistra e di destra, non hanno la decenza di capire la portata della questione e di agire di conseguenza, significa che si permettono tranquillamente di considerare l'elettore un imbecille, beninteso nel senso letterale di “debole di comprendonio”. Saremo capaci noi cittadini, tramite l'esercizio consapevole della nostra scelta, di dimostrare con i fatti di non essere così malridotti?

venerdì 3 aprile 2009

Le metamorfosi che, ormai, non fanno notizia

Interessante sul piano del metodo giornalistico, il resoconto della giornata politica di ieri su vari TG. A commentare la sentenza della Consulta in merito alla legge sulla fecondazione assistita, infatti, intervenivano vari portavoce, confermando lo schieramento a tutti noto. Il fatto è che, a seguire, partivano le dichiarazioni dell'ineffabile Capezzone sulla politica economica del governo, praticamente perfetta nell'affrontare la crisi, ecc. ecc.
Possibile che nessuno dei cronisti politici avesse la curiosità di intervistare l'ex-radicale sull'altro tema? La curiosità per quanto avrebbe potuto dire mi sembrerebbe estrema, se proprio non tale da ribaltare l'audience. Oppure il nostro non gradisce più i temi su cui si scaldava tanto solo pochi mesi fa?
Se il tema e i soggetti non fossero in ultima analisi futili, proporrei una ricerca su internet in proposito, o meglio ancora di leggere il suo florilegio antiberlusconiano pubblicato al link http://www.nntp.it/newsgroups-politica/1557496-quello-che-capezzone-pensava-di-silvio-berlusconi.html