Albrecht Dürer, Navis Stultorum (in S. Brant, Narrenschiff - 1497)
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lunedì 25 maggio 2015
CoCoCo 2015-5: Intolleranza e libertà di espressione
Occorre guardare con
qualche preoccupazione ad episodi come quelli verificatisi in città
sabato scorso, a margine di una delle varie manifestazioni delle
cosiddette "Sentinelle in piedi" che, a modo loro, esprimono dissenso
contro un disegno di legge, in discussione al Parlamento, riguardante
le unioni civili fra persone dello stesso sesso.
A scanso di equivoci,
dichiaro subito che non condivido questa posizione, di cui apprezzo
solo la modalità assolutamente non violenta che ne caratterizza
l'espressione, non i contenuti. Ma si tratta innegabilmente
dell'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, che non
possiamo presumere di voler negare o vietare perché esprime
posizioni che non ci aggradano. Può darsi che le intenzioni della
trentina di ragazzi che ha provato a raggiungere piazza Grimoldi
passando a fianco delle bancarelle del mercatino dei portici Plinio e
che è stato allontanto dalle forze dell'ordine, proseguendo poi con
cori e striscioni, non fossero particolarmente bellicose. Tuttavia
vedo un forte rischio per l'ordiamento democratico, se si comincia a
discriminare la libertà di espressione degli altri in base alle
proprie convinzioni personali. Un conto è la provocazione di chi si
richiama, più o meno velatamente, a ideologie totalitarie e
razziste, che non può essere accettata proprio perché mira a
sovvertire i valori costituzionali; ben altra cosa è presumere di
potersi rapportare aggressivamente o in maniera censoria contro chi
manifesta pacificamente idee diverse dalle nostre.
Va certamente ribadito
e condiviso l'assunto che i diritti civili vadano sempre meglio
compresi ed applicati per tutti, conformemente all'art. 3 della
Costituzione, per il quale appunto “Tutti i cittadini hanno pari
dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione
di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali”. Nel caso in questione, si
tratta ovviamente di mantenere fermo anche l'altro principio
inossidabile dell'art. 21, che “Tutti hanno diritto di manifestare
liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni
altro mezzo di diffusione.”
È francamente
insensato che si richiedano prese di posizione liberticide a questo
consiglio, come è avvenuto in un intervento della scorsa settimana
nel quale, con grande facilità ed altrettanta superficialità, si
voleva estendere la ferma posizione antifascista che il Consiglio
stesso ha ribadito con una recente mozione a nuovi divieti contro chi
esprime posizioni discutibili, come ve ne sono in ogni dibattito su
testi di legge, semplicemente perché esprimono una visione del mondo
da noi non condivisa.
È risaputa, e viene
talora citata anche nei nostri lavori consiliari, la frase attribuita
a Voltaire: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la
vita perché tu lo possa dire”. Il grande illuminista in realtà
non l'ha mai scritta né pronunciata; si tratta di un equivoco
generato dall'eccesso di libertà interpretativa di una scrittrice
inglese in un volume del 1906.
Infatt Evelyn Beatrice Hall
compendiò il pensiero dell'autore del Trattato sulla tolleranza in
questa frase: «I disapprove of what you say, but I will defend to
the death your right to say it.» (The Friends of Voltaire,
1906, riprendendola anche nel successivo Voltaire In His Letters
(1919). Per chiudere la storia di questa falsa citazione, Charles
Wirz, Conservatore de "l'Institut et Musée Voltaire" di
Ginevra, ricordava nel 1994, che Miss Evelyn Beatrice Hall, mise, a
torto, tra virgolette questa citazione in due opere da lei dedicate
all’autore di « Candido», e riconobbe espressamente che la
citazione in questione non era autografa di Voltaire in una sua lettera
del 9 maggio 1939.
Ad ogni modo,
prendiamola pure come un indicatore opportuno del nostro attuale
senso di civiltà, di inclusività democratica e, appunto, di
tolleranza, esattamente come espressa da molti nella recente e
drammatica vicenda che ha portato ad affermare la propria solidarietà
nei confronti delle vittime del massacro al giornale satirico Charlie
Hebdo. Non facciamo quindi due pesi e due misure, secondo l'occasione
del momento. Ovviamente possiamo sempre manifestare il nostro
“dissenso al dissenso”, ribadire con la forza delle
argomentazioni il sostegno ad un disegno di legge che intende
estendere i diritti dei cittadini, indipendentemente dal loro
orientamento sessuale. Ma non chiedeteci, per favore, di reprimere i
dissidenti. Non create ad arte presunti nemici della democrazia in
cittadini della Repubblica che attuano un loro diritto inalienabile.
Il rischio, come si è visto, è di indicare bersagli per una nuova
intolleranza. Vi prego caldamente, fermatevi qui. Non costringete la
nostra coscienza democratica a dove dire, un giorno, “sono una
sentinella in piedi” per solidarizzare con chi rischia di essere
vittima di aggressioni che con l'autentico confronto politico hanno
poco a che vedere.
lunedì 2 febbraio 2015
CoCoCo 2015-1: Fanatismi burocratici e diritto di culto
Qual è lo scopo di un'amministrazione? Complicare la vita dei cittadini con infiniti passaggi burocratici, vincoli insostenibili, norme fuori dalla realtà?
È quanto ci si sta chiedendo in gran parte dei comuni lombardi, all'indomani dell'approvazione delle modifiche alla legge regionale n. 12 del 2005 che, con la scusa di regolare un ambito di evidente importanza e delicatezza, mirano solo a rendere più difficile l’insediamento di nuovi servizi religiosi. La tecnica è evidente: non potendo negare il principio costituzionale dell’eguaglianza delle religioni di fronte allo Stato, si cerca di limitarne l’esercizio attraverso l’assoggettamento a normative edilizie e urbanistiche contorte.
L'intento ostruzionistico è stato chiaramente messo in luce anche dalla recente dichiarazione dell'ex presidente Formigoni, il quale evidenzia come il testo originario, poi modificato, prevedesse addirittura il vincolo che limitava i nuovi luoghi di culto alle confessioni che hanno un'intesa con lo Stato, palesemente incostituzionale; il punto secondo cui un culto per avere diritto a un tempio avrebbe dovuto essere rappresentato a livello nazionale, altro vincolo normativo tendente all'assurdo, e che la decisione di un Comune fosse sottoposta a una consulta regionale. Pur emendata dei suoi dettagli più beceri, la norma rimane viziata da “un eccesso di regolazione, vincoli urbanistici francamente eccessivi, ostruzionistici”.
Il provvedimento contiene infatti disposizioni che prevedono, per tutti i nuovi luoghi di preghiera di qualsiasi confessione, uno spazio per parcheggi grande due volte l’area interessata alla concessione, fino a un «Piano attrezzature religiose» che dovrà essere sottoposto a Vas (Valutazione ambientale strategica) con l’acquisizione del parere di comitati, organizzazioni e rappresentanti delle forze dell’ordine. Ma la norma prevede anche qualcosa di assai controverso come la possibilità di indire un referendum sul nuovo insediamento religioso.
Non è un caso che la Curia di Milano abbia preso le distanze dalla legge lombarda, che rischia di «produrre effetti che vadano al di là delle intenzioni di chi li propone».
Riprendo la valutazione dell’assessore all’Urbanistica del Comune di Como Lorenzo Spallino «La norma impone di approvare il Piano per le Attrezzature Religiose, nuovo componente del Piano dei Servizi, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della legge regionale. Decorso questo termine il piano è approvato unitamente al nuovo Piano di Governo del Territorio. Si tratta di un documento in più, di cui francamente non si sentiva la necessità. Per obiettivi propri di una minoranza politica si rende più complicata la vita delle amministrazioni locali. Quando sono proprio queste a chiedere a gran voce, indipendentemente dagli schieramenti politici, una semplificazione delle procedure».
Invece «La nostra proposta è di avviare un percorso parallelo a quello oggi condotto dalla variante al Pgt in essere, in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale che immagino il Governo investirà della questione».
Già l’avvocatura del Consiglio, organo che fornisce assistenza legislativa e legale alla Regione, aveva espresso fortissime critiche a queste proposte dalla maggioranza regionale, evidenziandone i caratteri di incostituzionalità. Secondo l’avvocatura regionale, la libertà religiosa è costituzionalmente garantita e non può esser regolata dalla normativa urbanistica di competenza regionale. Viene inoltre bocciata anche la proposta referendaria poiché avrebbe l’effetto di creare nuovi oneri finanziari, se non per la Regione, per gli Enti Locali presenta «evidenti profili di criticità sotto il profilo della possibile violazione dei principi costituzionali dei diritti inviolabili della persona e del diritto all’uguaglianza».
Come già rilevato in sede di dibattito, questo provvedimento è frutto dell'islamofobia della Lega e dei suoi alleati del centrodestra che, nel tentativo irresponsabile di impedire la realizzazione di moschee, rischiano di ostacolare chiunque intenda esercitare pubblicamente il proprio culto, compresi i cattolici, limitando nei fatti la libertà di tutti. Questa legge non risolve un solo problema e non limiterà il proliferare di irregolarità. I musulmani continueranno a pregare per strada, negli scantinati o in centri culturali spesso fatiscenti e difficili da controllare, come hanno fatto fino ad ora. Verranno colpite, invece, tutte le altre confessioni religiose, compresa quella cattolica, che dovranno sottostare agli aggravi burocratici introdotti con questa legge. Sarà molto più difficile costruire nuovi luoghi di culto o semplicemente cambiare destinazione d'uso di edifici già esistenti. È mai possibile che per avere un nuovo oratorio si dovrà effettuare la valutazione ambientale strategica? Questa legge è un clamoroso errore, utile solo a fomentare lo scontro tra cittadini, prima che tra religioni, esattamente ciò che fa comodo alla Lega.
Del resto, è proprio quello che dice l’associazione dei Comuni, l’Anci lombardo. Lo spiega il presidente, e sindaco di Monza, Roberto Scanagatti: «La cosiddetta “legge anti-moschee”, oltre a contenere ancora dei profili che sollevano dubbi di incostituzionalità, sicuramente complica ulteriormente l’attività degli enti locali». Inoltre, «lede l’autonomia dei Comuni nella predisposizione degli strumenti urbanistici, aumenterà i costi e aggraverà i procedimenti burocratici».
In sostanza, siamo di fronte ad un assurdo provvedimento, che non sta in piedi e che presto o tardi verrà cassato in sede di valutazione costituzionale. Nel frattempo si ostacola insensatamente l'attività dei comuni e la vita delle comunità religiose di qualsiasi confessione. Alla fine, si dovrà fare marcia indietro, tra ricorsi e difese legali, tempo sprecato e spese varie, però dopo essersi fatti belli agli occhi del proprio elettorato, ammiccando – ormai ci siamo abituati – alla “difesa” contro fantomatiche “invasioni”.
Per questo modo pasticciato e demagogico di operare a livello legislativo, dalla prospettiva comunale, non ringraziamo affatto. Non sono forse proprio questi gli sprechi e i costi inutili della politica che ci potrebbero essere facilmente risparmiati?
È quanto ci si sta chiedendo in gran parte dei comuni lombardi, all'indomani dell'approvazione delle modifiche alla legge regionale n. 12 del 2005 che, con la scusa di regolare un ambito di evidente importanza e delicatezza, mirano solo a rendere più difficile l’insediamento di nuovi servizi religiosi. La tecnica è evidente: non potendo negare il principio costituzionale dell’eguaglianza delle religioni di fronte allo Stato, si cerca di limitarne l’esercizio attraverso l’assoggettamento a normative edilizie e urbanistiche contorte.
L'intento ostruzionistico è stato chiaramente messo in luce anche dalla recente dichiarazione dell'ex presidente Formigoni, il quale evidenzia come il testo originario, poi modificato, prevedesse addirittura il vincolo che limitava i nuovi luoghi di culto alle confessioni che hanno un'intesa con lo Stato, palesemente incostituzionale; il punto secondo cui un culto per avere diritto a un tempio avrebbe dovuto essere rappresentato a livello nazionale, altro vincolo normativo tendente all'assurdo, e che la decisione di un Comune fosse sottoposta a una consulta regionale. Pur emendata dei suoi dettagli più beceri, la norma rimane viziata da “un eccesso di regolazione, vincoli urbanistici francamente eccessivi, ostruzionistici”.
Il provvedimento contiene infatti disposizioni che prevedono, per tutti i nuovi luoghi di preghiera di qualsiasi confessione, uno spazio per parcheggi grande due volte l’area interessata alla concessione, fino a un «Piano attrezzature religiose» che dovrà essere sottoposto a Vas (Valutazione ambientale strategica) con l’acquisizione del parere di comitati, organizzazioni e rappresentanti delle forze dell’ordine. Ma la norma prevede anche qualcosa di assai controverso come la possibilità di indire un referendum sul nuovo insediamento religioso.
Non è un caso che la Curia di Milano abbia preso le distanze dalla legge lombarda, che rischia di «produrre effetti che vadano al di là delle intenzioni di chi li propone».
Riprendo la valutazione dell’assessore all’Urbanistica del Comune di Como Lorenzo Spallino «La norma impone di approvare il Piano per le Attrezzature Religiose, nuovo componente del Piano dei Servizi, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della legge regionale. Decorso questo termine il piano è approvato unitamente al nuovo Piano di Governo del Territorio. Si tratta di un documento in più, di cui francamente non si sentiva la necessità. Per obiettivi propri di una minoranza politica si rende più complicata la vita delle amministrazioni locali. Quando sono proprio queste a chiedere a gran voce, indipendentemente dagli schieramenti politici, una semplificazione delle procedure».
Invece «La nostra proposta è di avviare un percorso parallelo a quello oggi condotto dalla variante al Pgt in essere, in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale che immagino il Governo investirà della questione».
Già l’avvocatura del Consiglio, organo che fornisce assistenza legislativa e legale alla Regione, aveva espresso fortissime critiche a queste proposte dalla maggioranza regionale, evidenziandone i caratteri di incostituzionalità. Secondo l’avvocatura regionale, la libertà religiosa è costituzionalmente garantita e non può esser regolata dalla normativa urbanistica di competenza regionale. Viene inoltre bocciata anche la proposta referendaria poiché avrebbe l’effetto di creare nuovi oneri finanziari, se non per la Regione, per gli Enti Locali presenta «evidenti profili di criticità sotto il profilo della possibile violazione dei principi costituzionali dei diritti inviolabili della persona e del diritto all’uguaglianza».
Come già rilevato in sede di dibattito, questo provvedimento è frutto dell'islamofobia della Lega e dei suoi alleati del centrodestra che, nel tentativo irresponsabile di impedire la realizzazione di moschee, rischiano di ostacolare chiunque intenda esercitare pubblicamente il proprio culto, compresi i cattolici, limitando nei fatti la libertà di tutti. Questa legge non risolve un solo problema e non limiterà il proliferare di irregolarità. I musulmani continueranno a pregare per strada, negli scantinati o in centri culturali spesso fatiscenti e difficili da controllare, come hanno fatto fino ad ora. Verranno colpite, invece, tutte le altre confessioni religiose, compresa quella cattolica, che dovranno sottostare agli aggravi burocratici introdotti con questa legge. Sarà molto più difficile costruire nuovi luoghi di culto o semplicemente cambiare destinazione d'uso di edifici già esistenti. È mai possibile che per avere un nuovo oratorio si dovrà effettuare la valutazione ambientale strategica? Questa legge è un clamoroso errore, utile solo a fomentare lo scontro tra cittadini, prima che tra religioni, esattamente ciò che fa comodo alla Lega.
Del resto, è proprio quello che dice l’associazione dei Comuni, l’Anci lombardo. Lo spiega il presidente, e sindaco di Monza, Roberto Scanagatti: «La cosiddetta “legge anti-moschee”, oltre a contenere ancora dei profili che sollevano dubbi di incostituzionalità, sicuramente complica ulteriormente l’attività degli enti locali». Inoltre, «lede l’autonomia dei Comuni nella predisposizione degli strumenti urbanistici, aumenterà i costi e aggraverà i procedimenti burocratici».
In sostanza, siamo di fronte ad un assurdo provvedimento, che non sta in piedi e che presto o tardi verrà cassato in sede di valutazione costituzionale. Nel frattempo si ostacola insensatamente l'attività dei comuni e la vita delle comunità religiose di qualsiasi confessione. Alla fine, si dovrà fare marcia indietro, tra ricorsi e difese legali, tempo sprecato e spese varie, però dopo essersi fatti belli agli occhi del proprio elettorato, ammiccando – ormai ci siamo abituati – alla “difesa” contro fantomatiche “invasioni”.
Per questo modo pasticciato e demagogico di operare a livello legislativo, dalla prospettiva comunale, non ringraziamo affatto. Non sono forse proprio questi gli sprechi e i costi inutili della politica che ci potrebbero essere facilmente risparmiati?
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giovedì 8 agosto 2013
Pensioni dorate, di certo meritate...
Ritorna con frequenza il tema delle "pensioni d'oro" di supermanager pubblici e privati: centomila persone che arrivano a percepire anche 90.000 euro al mese, con un esborso complessivo per lo Stato di oltre 13 miliardi annui (cfr. http://www.corriere.it/economia/13_agosto_08/pensioni-oro-90mila-euro-mese-baccaro_ec49b994-ffec-11e2-b484-e2fa3432c794.shtml)
Non si imporrebbe, per decenza, un contributo di solidarietà?
Ma no, ci racconteranno le consuete fandonie che "hanno versato i contributi" (sì, ma in che proporzione?), del "merito" (probabile, ma solo per alcuni: e poi, perché non vediamo premi Nobel in prima fila?), del "mercato" (l'idea di mettere regole o un tetto è ovviamente un orripilante rigurgito comunista, viva la libertà di intortare gli sciocchi).
La realtà è purtroppo che si vive rincorrendo il privilegio, cercando di ottenerlo a spese del sistema pubblico, o dei risparmiatori fregati, o grazie a connivenze legislative indegne di un paese civile. Del resto vale anche per gli stipendi, non solo per le pensioni, e assai spesso senza neppure produrre profitti proporzionati.
"Chi ama il denaro non si sazia di denaro, e chi ama le ricchezze non ne trae profitto. Anche questo è vanità" (Qoelet, 5, 10). Infatti, anche provandoci, non riusciremo a portarci tutto questo denaro nella tomba...
Non si imporrebbe, per decenza, un contributo di solidarietà?
Ma no, ci racconteranno le consuete fandonie che "hanno versato i contributi" (sì, ma in che proporzione?), del "merito" (probabile, ma solo per alcuni: e poi, perché non vediamo premi Nobel in prima fila?), del "mercato" (l'idea di mettere regole o un tetto è ovviamente un orripilante rigurgito comunista, viva la libertà di intortare gli sciocchi).
La realtà è purtroppo che si vive rincorrendo il privilegio, cercando di ottenerlo a spese del sistema pubblico, o dei risparmiatori fregati, o grazie a connivenze legislative indegne di un paese civile. Del resto vale anche per gli stipendi, non solo per le pensioni, e assai spesso senza neppure produrre profitti proporzionati.
"Chi ama il denaro non si sazia di denaro, e chi ama le ricchezze non ne trae profitto. Anche questo è vanità" (Qoelet, 5, 10). Infatti, anche provandoci, non riusciremo a portarci tutto questo denaro nella tomba...
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lunedì 11 aprile 2011
CoCoCo18 - Inseguire paure ed egoismi
I. Ieri il Canton Ticino è andato alle urne per rinnovare il parlamento e l'esecutivo locali. Un fatto che non ci riguarderebbe direttamente, se non fosse che in questa occasione la Lega dei Ticinesi si è rivolta agli elettori con slogan del tipo: "Via gli italiani dalla Svizzera" e peggio. È un attacco diretto ai nostri lavoratori frontalieri, tra cui migliaia di comaschi, che sono accusati di rubare il lavoro ai locali e di costare decine di milioni l'anno in rimborsi di tasse diretti a Roma, i cosiddetti "ristorni" che i tre cantoni di confine restituiscono all'Italia perché questa giri la somma a Comuni, Province e Comunità montane di frontiera. Ora, contro la quota dei ristorni fissata nell'accordo del 1974 (38,8%), si sono scagliati sia il leghista ticinese Gobbi, premiato con l'elezione, sia i sedicenti moderati del Partito popolare democratico, che a imitare cotanto modello sembra invece ci abbiano rimesso.
Ad alimentare l'astio contro i nostri concittadini si sono mossi anche gli estremisti dell'Unione di Centro, nome in apparenza pacifico che copre invece un integralismo razzista, manifestato nella celebre campagna pubblicitaria che ha raffigurato gli Italiani come ratti. Uno dei loro leader, che non merita neppure di essere nominato, ha commentato uno studio dell'Istituto ricerche economiche (Ire) dell'Università svizzera, che dimostra come gli italiani, necessari allo sviluppo economico, non rubino affatto il lavoro ai ticinesi, con queste parole geniali: "Mi piacerebbe sapere quanti frontalieri lavorano all'Ire. Magari sono gli stessi che hanno fatto la statistica".
Come si vede, lo sguaiato messaggio "föra di ball" risuona indifferentemente di qua e di là dei confini, solo che stavolta il bersaglio si trova ad essere qualche lavoratore residente a Como, o magari a Gemonio. Giustamente qualcuno, parlando di Europa, ha recentemente deplorato il rischio di condannarsi così “a inseguire le proprie paure e i propri egoismi”. Non si poteva dire meglio. Intendo perciò stigmatizzare questa squallida situazione ed esortare tutti quanti hanno incarichi politici a non incoraggiare mai simili atteggiamenti aberranti nella nostra comunità , anzi a combatterli con senso di responsabilità, anche se si temesse, rinunciando a qualche “sparata”, di non incamerare i voti frutto delle paure suscitate ad arte. Ripeto: se si possiede senso di responsabilità.
II. Segnalo che la scorsa settimana l’artista e architetto cinese Ai Weiwei, noto fra l'altro per aver partecipato all’ideazione del Nido d’ Uccello (lo Stadio Nazionale di Pechino), è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Pechino mentre stava per imbarcarsi su un volo verso Hong Kong. L’agenzia di stato cinese ha dapprima rifiutato di fornire informazioni sulle ragioni del fermo, diffondendo quindi voci su sue presunte violazioni delle leggi economiche.
La realtà è stata che nell'ultimo mese parecchi critici del regime – almeno una trentina – sono stati arrestati, messi agli arresti domiciliari o allontanati dal loro ambiente di lavoro e di impegno. Secondo le organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo Pechino teme il contagio della cosiddetta “protesta dei Gelsomini” che ha infiammato il nord Africa e il medio Oriente.
In relazione a questa grave situazione, inaccettabile alla coscienza di ogni cittadino democratico, mi permetto quindi di chiedere alla Presidenza e alla Conferenza dei Capigruppo di voler calendarizzare alla prima occasione possibile la mozione, da me depositata insieme ad altri consiglieri il 26 novembre 2010, per il conferimento della cittadinanza onoraria al premio Nobel per la pace, lo scrittore dissidente Liu Xiaobo. Di fronte all'inasprimento di queste violazioni dei fondamentali diritti umani, sono certo che tutto il Consiglio comprenderà l'importanza di un'azione tempestiva in proposito, per quanto limitata alla nostra dimensione locale.
Ad alimentare l'astio contro i nostri concittadini si sono mossi anche gli estremisti dell'Unione di Centro, nome in apparenza pacifico che copre invece un integralismo razzista, manifestato nella celebre campagna pubblicitaria che ha raffigurato gli Italiani come ratti. Uno dei loro leader, che non merita neppure di essere nominato, ha commentato uno studio dell'Istituto ricerche economiche (Ire) dell'Università svizzera, che dimostra come gli italiani, necessari allo sviluppo economico, non rubino affatto il lavoro ai ticinesi, con queste parole geniali: "Mi piacerebbe sapere quanti frontalieri lavorano all'Ire. Magari sono gli stessi che hanno fatto la statistica".
Come si vede, lo sguaiato messaggio "föra di ball" risuona indifferentemente di qua e di là dei confini, solo che stavolta il bersaglio si trova ad essere qualche lavoratore residente a Como, o magari a Gemonio. Giustamente qualcuno, parlando di Europa, ha recentemente deplorato il rischio di condannarsi così “a inseguire le proprie paure e i propri egoismi”. Non si poteva dire meglio. Intendo perciò stigmatizzare questa squallida situazione ed esortare tutti quanti hanno incarichi politici a non incoraggiare mai simili atteggiamenti aberranti nella nostra comunità , anzi a combatterli con senso di responsabilità, anche se si temesse, rinunciando a qualche “sparata”, di non incamerare i voti frutto delle paure suscitate ad arte. Ripeto: se si possiede senso di responsabilità.
II. Segnalo che la scorsa settimana l’artista e architetto cinese Ai Weiwei, noto fra l'altro per aver partecipato all’ideazione del Nido d’ Uccello (lo Stadio Nazionale di Pechino), è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Pechino mentre stava per imbarcarsi su un volo verso Hong Kong. L’agenzia di stato cinese ha dapprima rifiutato di fornire informazioni sulle ragioni del fermo, diffondendo quindi voci su sue presunte violazioni delle leggi economiche.
La realtà è stata che nell'ultimo mese parecchi critici del regime – almeno una trentina – sono stati arrestati, messi agli arresti domiciliari o allontanati dal loro ambiente di lavoro e di impegno. Secondo le organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo Pechino teme il contagio della cosiddetta “protesta dei Gelsomini” che ha infiammato il nord Africa e il medio Oriente.
In relazione a questa grave situazione, inaccettabile alla coscienza di ogni cittadino democratico, mi permetto quindi di chiedere alla Presidenza e alla Conferenza dei Capigruppo di voler calendarizzare alla prima occasione possibile la mozione, da me depositata insieme ad altri consiglieri il 26 novembre 2010, per il conferimento della cittadinanza onoraria al premio Nobel per la pace, lo scrittore dissidente Liu Xiaobo. Di fronte all'inasprimento di queste violazioni dei fondamentali diritti umani, sono certo che tutto il Consiglio comprenderà l'importanza di un'azione tempestiva in proposito, per quanto limitata alla nostra dimensione locale.
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mercoledì 17 giugno 2009
Il passo del gambero
Si è mai vista una banca o un'assicurazione votare in Parlamento? Noi elettori abbiamo mai dato mandato ai rappresentanti del popolo di tutelare gli interessi di monopoli, cartelli, organizzazioni consociative al posto di quelli della "gente" di cui tutti si riempiono la bocca in campagna elettorale? Per gli eletti il mantenimento dei privilegi corporativi viene forse prima della difesa dei cittadini? Queste domande sorgono spontanee dopo la lettura della relazione annuale del presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, presentata lo scorso 16 giugno.
L'attività delle Camere, infatti, registra uno "stillicidio di iniziative volto a restaurare gli equilibri del passato, a detrimento dei consumatori", e così, anziché adeguarsi alle normative già approvate, i monopolisti fanno finta di nulla e resistono, certi che qualche azione compiacente li esimerà dal cambiare le antiche abitudini e che i costi della recessione graveranno interamente sulle nostre spalle.
Che in Italia la modernizzazione del quadro giuridico in senso favorevole alla libera concorrenza stenti ad affermarsi è sotto gli occhi di tutti: basterebbe rammentare le alzate di scudi contro il povero Bersani nella passata legislatura e contemplare la colpevole inerzia in proposito di quella presente. Nel paese è anzi in atto un tentativo di tornare indietro rispetto alle pur timide conquiste ottenute dai consumatori, con grave pregiudizio della nostra competitività futura, seppur con grande convenienza per le rendite di posizione e le corporazioni.
Com'è possibile che non pochi "onorevoli" (le virgolette sono d'obbligo) sentano il bisogno, come sta avvenendo, di abolire le parafarmacie, colpevoli di praticare modesti sconti sui farmaci da banco, oppure di cancellare la facoltà di recesso annuale nel settore assicurativo? Perché per la legge sulla "class action" il rinvio voluto dal Governo non è servito a nulla, e si profila piuttosto un suo peggioramento?
È pur vero che dovremmo essere abituati al peggio: i politici sedicenti fautori del liberismo economico, in Italia, hanno manifestato nei fatti atteggiamenti spesso risibili e contraddittori, sino ad invocare un protezionismo più o meno spinto con la scusa di "affrontare la crisi". Ma quale può essere la vera ragione per cui non si vuole modernizzare il paese sotto questo aspetto e invece, secondo il messaggio dell'Authority, si tende a invertire il cammino? Perché a suo tempo non ci hanno fatto leggere nei loro programmi elettorali questa volontà di restaurare l'antico, di garantire i privilegi di pochi grandi gruppi e potentati economici? Ripeto, li abbiamo eletti per farci tutelare o per farci turlupinare?
L'attività delle Camere, infatti, registra uno "stillicidio di iniziative volto a restaurare gli equilibri del passato, a detrimento dei consumatori", e così, anziché adeguarsi alle normative già approvate, i monopolisti fanno finta di nulla e resistono, certi che qualche azione compiacente li esimerà dal cambiare le antiche abitudini e che i costi della recessione graveranno interamente sulle nostre spalle.
Che in Italia la modernizzazione del quadro giuridico in senso favorevole alla libera concorrenza stenti ad affermarsi è sotto gli occhi di tutti: basterebbe rammentare le alzate di scudi contro il povero Bersani nella passata legislatura e contemplare la colpevole inerzia in proposito di quella presente. Nel paese è anzi in atto un tentativo di tornare indietro rispetto alle pur timide conquiste ottenute dai consumatori, con grave pregiudizio della nostra competitività futura, seppur con grande convenienza per le rendite di posizione e le corporazioni.
Com'è possibile che non pochi "onorevoli" (le virgolette sono d'obbligo) sentano il bisogno, come sta avvenendo, di abolire le parafarmacie, colpevoli di praticare modesti sconti sui farmaci da banco, oppure di cancellare la facoltà di recesso annuale nel settore assicurativo? Perché per la legge sulla "class action" il rinvio voluto dal Governo non è servito a nulla, e si profila piuttosto un suo peggioramento?
È pur vero che dovremmo essere abituati al peggio: i politici sedicenti fautori del liberismo economico, in Italia, hanno manifestato nei fatti atteggiamenti spesso risibili e contraddittori, sino ad invocare un protezionismo più o meno spinto con la scusa di "affrontare la crisi". Ma quale può essere la vera ragione per cui non si vuole modernizzare il paese sotto questo aspetto e invece, secondo il messaggio dell'Authority, si tende a invertire il cammino? Perché a suo tempo non ci hanno fatto leggere nei loro programmi elettorali questa volontà di restaurare l'antico, di garantire i privilegi di pochi grandi gruppi e potentati economici? Ripeto, li abbiamo eletti per farci tutelare o per farci turlupinare?
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